2 Editoriale
Meno auto blu, più fornelli
di Luca Telese   

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In fondo, anche in questi anni, e persino in questi giorni confusi e feroci, la ricetta della buona politica è molto più semplice da trovare di quanto non si possa immaginare. Per recuperarla, però, bisogna capire cosa è successo. E’ come se qualcuno fosse entrato nella cucina, e avesse confuso tutti gli ingredienti, sostituito la farina con la segatura scambiato i barattoli dello zucchero e del sale.
Domanda: in quale paese del mondo i presunti liberali predicano lo statalismo aziendalista, la destra postfascista difende i diritti degli immigrati, e il principale partito della sinistra (almeno in apparenza) si schiera con una azienda che è uscita dalla Confidustria perché la considera troppo moderata con gli operai? In quale partito del mondo il partito del localismo e delle piccole patrie difende la delocalizzazione della più importante azienda del paese, ma anche del nord? In quale paese del pianeta la formula della gerontocrazia è così radicata che per qualsiasi ruolo apicale si cerca un ultrasessantenne, maschio e possibilmente misogino? Per tornare alla buona politica bisogna entrare in cucina e buttare nel lavandino tutte le pietanze scotte che ci stanno riscaldando malamente: i profitti del privato pagato con il soldi pubblici, lo stato che finanzia il non-lavoro (casse integrazioni) piuttosto che la produzione, le piccole grandi caste che si proteggono nelle fortezze dei loro miserabili privilegi e fanno di tutto per sbarrare la strada al merito. Il berlusconismo non è un mostro da combattere ideologicamente, un male assoluto da esorcizzare con i paletti di frassino e gli spicchi d’aglio (salvo poi patteggiare con lui appena si può). Magari. E’ solo la sovrastruttura crepuscolare che la decadenza delle classi dirigenti italiane ha assunto per mascherare la propria disfatta. La mignottocrazia e lo scandalo di Ruby non sono un problema di etica per filosofi hegeliani, come pensano la maggior parte dei dirigenti del centrosinistra (che infatti finiscono bolliti in casseruola dalle Santanchè di turno ogni volta che le incontrano), ma un problema-simbolo per la gente comune: l’idea, cioè, che in questo paese si viene selezionati solo per ricatto, prostituzione, o pratiche sodomitiche. Berlusconi non è un mostro, è un satiro stanco e un po’ scotto, che viene raggirato dai suoi amici (Emilio Fede, Lele Mora, “400 mila euro li dai a me”) e svillaneggiato dalle sue mantenute (“E’ un povero vecchio…”, “Se non mi paga bisogna iniziargli a rubare da casa...”, “Gli sbatterei un duomo in faccia”). Il primo ingrediente per battere Berlusconi è smettere di considerarlo onnipotente. Il secondo è smettere di avere paura del voto. Il terzo è trovare un leader, o se volete, un capocuoco. Il quarto è tornare a cucinare nell’unico modo possibile, dietro i fornelli, e finirla con minestre riscaldate e precotti. Il quinto è scendere dalle blindate e dagli aerei privati e tornare fra i comuni mortali. Se possibile nelle osterie. Perché a Saint Moritz di lavoratori non se ne trovano molti.

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