10 Gesti Teatrali
Il pesto sexy di Teresa
di Alberto Severi   

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“Ovvìa, ora si va in Liguria”, annunciò Francesco, guidando a passo d’uomo nel garage del traghetto la 127 top nuova fiammante, con la quale, baldi ventenni, stavamo facendo il periplo della Sardegna, nella torrida estate del 1981. “Che c’entra la Liguria?”. Io, Filippo e la Stefania sospettammo che Francesco si fosse preso un colpo di sole. La Liguria? Che diavolo stava farneticando? Eravamo a Portoscuso, ci stavamo imbarcando per l’isola di San Pietro, dove, a Carloforte, lui aveva dei lontani parenti. In pratica, era come se a Porto Empedocle, imbarcandosi per Lampedusa, ci avesse annunciato: si va a Follonica. Ma lui sogghignava con fare misterioso: “Vedrete fra poco”. Era l’unico del gruppo a sapere che Carloforte, antico insediamento ligure, aveva conservato nei secoli lingua e tradizioni genovesi, e pregustava così la nostra sorpresa. Per la verità, di sorprese in quei tre giorni a San Pietro, ce ne furono tante, belle e buone. La più buona: le trenette al pesto del nostro pranzo di benvenuto. La più bella (più ancora dell’anfiteatro naturale della Conca, di cala Fico o di cala Vinagra) fu Teresa, la bis o tris cuginetta sedicenne di Francesco, che con perfetto ingresso teatrale, si affacciò sulla scena della cucina preparando il pesto. Pestandolo nel mortaio. Col pestello. Mortaio di marmo, con le quattro orecchie per l’impugnatura. E pestello di legno, come da ricetta. E come da ricetta, quel movimento: quel gesto insieme alacre e indolente - fondamentale, per la riuscita della salsa, almeno quanto il basilico genovese, a foglie strette, l’aglio, il sale grosso, l’olio, i pinoli, il parmigiano e il pecorino – , quel lento e paziente ruotare il pestello da sinistra verso destra, e il mortaio, contemporaneamente, in senso contrario, da destra verso sinistra, prendendolo per le orecchie, schiacciando contro il bordo le foglie di basilico, fintantoché non ne uscì fuori un liquido verde brillante. Sarà che Teresa, compiva quel gesto poggiando il mortaio in grembo e quasi rivelandolo sua metafora, sarà che dal canto suo il pestello – c’è poco da fare – esibiva una forma chiaramente fallica, sarà che alle guance di Teresa, mentre svolgeva quel compito, saliva un fuoco insieme pudìco e sensuale, fatto sta che quel lento pestare e ruotare dell’uno nell’altro fu condizione essenziale perché la salsa riuscisse non solo cremosa al punto giusto, e senza ossidazioni, o sapori erbosi, ma anche, come si insinua da sempre, afrodisiaca. Perché nelle ricette, come nel teatro e nella vita, i gesti sono importanti. Oggi, col frullatore, il pesto che mangio non è più la stessa cosa, né ha gli stessi effetti. Ma è anche vero che non ho più i vent’anni di quella vacanza a San Pietro. Sipario.

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