27 Libro
I due testi sacri per imparare a scrivere una buona sceneggiatura
di Martino Ferro   

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Che differenza passa tra una sceneggiatura e un menu? Nessuna, a ben vedere. Entrambi preludono a un’esperienza sensoriale, che si consuma prevalentemente in compagnia, seduti sulla poltrona di un cinema, in un caso, o attorno a un tavolo nell’altro. In entrambi i casi c’è un’introduzione (gli antipasti), un inizio (il primo), un climax (il secondo) e un epilogo (dolce e caffè). Nel caso di una cena, è indubbio che i protagonisti siano gli ingredienti principali, le comparse i contorni e le guarnizioni la scenografia. In quanto ai dialoghi, neanche quelli possono mancare attorno ad una tavola imbandita, soprattutto se provvista di buon vino. E come i cuochi, anche gli sceneggiatori hanno i loro libri di ricette, che insegnano a trattare gli ingredienti, quando e per quanto alzare la fiamma, come giungere all’epilogo lasciando lo spettatore sazio ma non appesantito. Con una differenza, però. Che mentre di libri di ricette culinarie ne esistono in gran numero, di libri di ricette per lo sceneggiatore ne esistono sostanzialmente due, da cui discendono tutti gli altri. Ecco spiegato il motivo per il quale, sempre più spesso, ci capita di andare al cinema e di vedere film anche ben fatti, ma che si assomigliano terribilmente, lasciandoci in bocca quel gusto di déjà vu. In questo, Hollywood non è poi diversa da certe catene di fastfood, che impongono a tutte le filiali la stessa ricetta. Se volete scoprire la fonte delle ricette di Hollywood: Il viaggio dell’eroe, di Chris Vogler, e Come scrivere una grande sceneggiatura di Linda Seger, entrambi editi da Dino Audino Editore. Ma se poi vi viene voglia di scrivere una sceneggiatura, seguite il consiglio di tutti i grandi cuochi: la ricetta va tradita, sublimata, reinventata.

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