3 Editoriale
Beata la Città dove i banchieri...
di Fabio Picchi   

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Beata Città, che hai nei santi banchieri gente capace di guardare le persone negli occhi e capirne l’onestà. Banchieri capaci di andar di notte a cercare giovani nascosti in affollati locali dove sognano di imprese e si domandano come intraprenderle. Banchieri capaci di offrire loro rispetto e consulenza, formazione e partenariato emotivo come padri di famiglia coscienti che il presente produce il futuro con cui tutti avremo a che fare. Sì, santi banchieri che fanno tracimare i loro guadagni sui loro territori illuminandoli di speranza e certezza, di ambizioni che si trasformano in rettitudine, dando a Cesare quel che è di Cesare e alla collettività ciò che è della collettività. Beati ortolani, che scelgono il meglio del prodotto dei nostri santi contadini. Santi anziani che vanno per fossi nelle nostre montagne, nelle nostre campagne, nelle nostre colline, a cercar lumache, funghi e marroni. E nel mentre li tengono puliti e nel controllare il loro territorio fanno sì che le piogge non si trasformino in alluvioni. Santi maestri, santi insegnanti, che si fanno beati tutti i giorni nel raccontare di numeri, di poesie, di geometrie e filosofie, che insegnano con passione ai nostri figli il disegno e il reciproco rispetto. Beato il cinema che a Natale ti insegna l’amore, a Pasqua l’ardore e che in estate ti porta nelle arene estive a conoscere e riconoscere il cinema ungherese, il cinema cinese e l’altrui piangere e ridere a crepapelle. Beati i teatri di questa città, aperti di mattina e stracolmi di gente, aperti di pomeriggio e ancora stracolmi di ancora più gente per essere esauriti dalla passione del palcoscenico, tutte le sere e tutte le notti, con maschere applaudenti, tecnici entusiasmati, registi innamorati, attori generosi, applausi, applausi, applausi di gente intorno a te, a me, a loro. Beata Città, di cui ora non ricordo il nome. Trilla il telefono, mi sveglio e mi sento un po’ santo a volerle così bene a questa mia città. Prendo un caffé stracolmo di zucchero e mi avvio al lavoro. Incontro Daniele, Taib e Driss, la Chiara e Marco, Francesco e Giordana, Elena e Niccolò. E poi pian piano arrivano tutti quegl’altri, compresi i miei figli, tutti santi anche loro con forse, nel loro futuro, anche qualche beato.

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