10 Gesti teatrali
Sant’Antonio come Rivera l’Abatino
di Alberto Severi   

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“Dai un bacino a santa Lucia che ti protegge gli occhi”. Mimma, impugnandolo fra pollice e indice della mano tesa, protendeva fin sotto il mio naso il santino con su raffigurata a caldi colori vivaci la fanciulla con gli occhi che galleggiavano nel piattino d’oro, come due pesciolini bianchi e turchesi. E io, un po’ sbuffando, obbedivo, facendo schioccare le labbra sul cartoncino. Lei ritirava la mano, rimirava sorridendo compiaciuta l’immaginetta, come se il mio bacio ci fosse rimasto stampato sopra a mo’ di timbro, e dopo averci aggiunto con gaia fretta il suo, ricacciava il cartoncino in un mazzo, mischiandolo agli altri come si fa con le carte da gioco, e subito estraendone un altro, a caso. Collezionava santini come altri bambini collezionavano figurine di calciatori. Sant’Antonio Abate valeva Rivera: l’Abatino. Pizzaballa era sant’Erasmo, quello sbudellato: introvabile. Mimma guardava la nuova immaginetta, sorrideva ancora, come se avesse incontrato un amico che un po’ si aspettava di incontrare, un po’ no; avvicinava il santino alle sue labbra, e poi subito alle mie, come aveva fatto con quello precedente. “E ora bacia san Lorenzo!” Uff… Da che proteggeva san Lorenzo, trascinandosi dietro come un trolley la graticola del martirio? Dalle ustioni solari? E san Sebastiano trafitto dalle frecce? Dagli attacchi pellerossa? E san Giovanni decollato? Dagli scioperi negli aeroporti? Certo è che ciascuno di quei santi, teatralmente, ostentava gli strumenti, o le conseguenze, del suo martirio. Sant’Andrea con la sua croce fatta a ics sembrava esibire l’X-factor del martire di prima categoria. San Bartolomeo portava la sua epidermide ripiegata sul braccio come un gentleman porta il soprabito al guardaroba di un teatro. San Pietro da Verona, con la roncola conficcata sul cranio rasato dalla tonsura, pareva un buontempone reduce da una festa di Halloween (che all’epoca si chiamava ancora, per l’appunto, di Ognissanti). Più tardi, mi sarei sorpreso a pensare che ciascuno di noi, inconsapevolmente, porta su di sé, da sempre, le invisibili insegne di ciò che, prima o poi, gli darà la morte. Il volante della propria auto, o di quella di uno sconosciuto che incrocerà la sua strada, fra dieci o vent’anni anni. Un pacchetto di sigarette. Un coltello a serramanico, magari da lui stesso acquistato per souvenir in una pittoresca bottega alpina. Ma fin da allora, mi colpì il contrasto fra il gesto teatrale del santo effigiato, in cui la tragedia, pur pacificata, era evidente – ed era la Tragedia dell’Uomo Adulto, che sa la propria morte – e quel bacetto umido, mio e di Mimma, che tutto omologava in un’infantile affettuosa indistinta demenza. Beato quel popolo che non ha bisogno di santi, forse. Peccato, però, che sia un popolo di bambini. Sipario.

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