19 Passato e futuro
Attraversava i fiumi prima degli altri: la leggenda infinita di Tiziano Terzani
di Raffaele Palumbo   

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Una santo da non venerare. Un santo che non potrà mai diventare santo. Niente canonizzazione, niente persecuzione, niente beatificazione. Semplicemente un uomo, un fiorentino, nato il 14 settembre del 1938 e morto all’Orsigna il 28 luglio del 2004. In tanti ne hanno decantato le lodi, soprattutto per il suo giornalismo vero, per il suoi libri indimenticabili, per il suo rapporto con il cancro e poi con la morte vissuta fino all’ultimo giorno di vita. Qualcuno ci ha pure provato, sapendo che una volta morto non poteva più torcere il collo a nessuno. Da vivo, l’avrebbe fatto. L’hanno chiamato santone, per il kurta pigiama e la barba bianchi. Bastasse questo a fare di uno scorbutico spigoloso incazzoso duro come la pietra un santo! Tiziano Terzani era uno capace di arrivare al fiume prima degli altri, prendere la barchetta, legarsi dietro tutte le altre barche e lasciare a bocca asciutta e aperta tutti gli altri colleghi che speravano di guadagnare l’altra sponda per mordere la notizia del giorno e lasciarsi alle spalle le fregnacce di William Westmoreland. Altro che santo! Eppure, un personaggio religioso dalla lontana Asia, è riuscito con una sua riflessione a centrare l’obiettivo. Nella miope e meschina valutazione di un gigante del Novecento c’è stato pure qualcuno - anziani colleghi invidiosi rimasti attaccati alle poltrone e alle routine di sempre e diventati consapevoli di non aver scritto nessuna pagina di storia - che ha provato a liquidarlo applicandogli l’etichetta macchietta dell’anziano ex giornalista malato che si mette a fare il santone. E giù le solite polemiche dei soliti giornali italiani. Invece, dicevo, c’è questo anziano personaggio, un monaco suo amico, che aveva capito fino in fondo perché Terzani è riuscito a smuovere tante coscienze, a cambiare vite, a far parlare di sé per anni nonostante l’ostracismo dei colleghi anziani di cui sopra. Tiziano aveva dato, negli ultimi anni della sua vita, un nuovo straordinario impulso ad una grande, profonda ricerca spiriturale laica. Una spiritualità sincera, non superficiale, né codificata in teologie, né regolata da ministri del culto. L’accettazione dell’ignoto, la riflessione sulla nostra società che si crede completa e perfetta, la curiosità umile e insieme insaziabile nello scoprire che non sappiamo affatto tutto, che c’è un margine enorme di sconosciuto e forse di inconoscibile, di non nominabile, di eterno e di perfetto. Una enorme bestemmia, detta oggi e qui. La più grande. Più di qualunque pacifismo e antiamericanismo. Detta da un santo viaggiatore, un santo giocatore, un santo scrittore, un santo da non venerare e che non potrà mai diventare santo.

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