8 In scena
E poi la chiamano fiction
di Tommaso Chimenti   

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Il cinema è stata la risposta al teatro. Poi s’è messa di mezzo la televisione. Ma cinema e teatro sono andati di pari passo, con stili e strumenti diversi, ma con la stessa cifra dell’importanza della visione da non far scadere. Cinema di qualità, s’intende. Sequenze di carne o di celluloide. Di commistioni, tra attori, registi e testi che fanno il salto, ora dall’una all’altra sponda e viceversa, la lista è infinita. Ma non è questo il quid. Se penso al cinema inevitabilmente mi appaiono le fumosità della bobina nella cabina di Nuovo Cinema Paradiso. Sarà perché ero piccolo, sarà perché avrei voluto entrarci anch’io lì dentro, sarà perché lo spioncino del proiezionista mi sembrava così in alto, cavaliere arroccato nella sua fortezza inespugnabile. Entrare lì dentro? Impossibile, mi rispondevo, nessuno può entrarci, come se dentro ci fossero custoditi segreti inenarrabili. I film le chiamavano pizze, e io me la ridevo. Titoli che scorrono. Alcuni anni fa al Teatro Fabbricone di Prato fui tra gli spettatori protagonisti di uno strano sdoppiamento, o, se vuoi, raddoppiamento. Sulla scena Danio Manfredini in Cinema Cielo. Il Cielo era una sala a luci rosse milanese. Lo schermo, il pubblico finto di manichini e pochi attori, dietro il pubblico vero (noi) a guardare le spalle, noi sì voyeur morbosi e curiosi pruriginosi, in un gioco di specchi. Guardo il me che guarda in una riproposizione che può essere estesa all’infinito. Chi c’è alle mie spalle, chi mi vede vedere, cosa stanno vedendo gli altri di me quando il mio sguardo è rivolto verso un altro orizzonte. Emozioni. E poi la chiamano finzione.

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