15 Sintesi esaustiva
Istruzioni per l’uso di un capolavoro di Terrence Malick
di Milly Mostardini   

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Arriva un film, che non si può passare sotto silenzio e non è classificabile nelle categorie abituali: né thriller né d’azione, non sentimentalromantico, né commedia di costume o sociale, né da ridere, né uno di quei film meritevoli che tranquillizzano e leniscono lo spettatore. L’albero della vita del regista americano Terrence Malick cimenta i suoi spettatori: qualcuno approfitterà dell’intervallo per lasciare la sala, gli altri, resistenti, ne usciranno con parecchie domande interiori e disaccordi tra amici. Si comincia seccamente con la notizia che il figlio maggiore di una famiglia di Waco, Texas, è morto in circostanze e cause, che non ci sono descritte. Dal dolore dei genitori e dei due fratelli più giovani, lo schermo passa, senza soluzione di continuità, alle immagini della nascita del pianeta Terra. Una sorta di Big Bang incendia lo schermo di luci, suoni, immagini abbaglianti. Dura una decina di minuti, una lunghezza siderale al cinema. Ne segue la nascita della vita, nelle acque e poi sulla terra: questa parte è di una bellezza intensa e scioccante. Dalle cellule agli insetti, dal vegetale all’animale, al possesso di terre rocciose. C’è, indimenticabile per dolcezza e silenzio, un giovane dinosauro, innocente e crudele, che schiaccia con la zampa un’altra creatura già atterrata. Nemmeno il grande Stanley Kubrick aveva osato tanto nella sua famosa preistoria. Con Malick questo è poesia, pittura, musica, tutte insieme. Si torna al cuore del film, che è la storia della famigliola texana. E nella congerie, eccessiva, di film di ogni tipo sul tema della famiglia, queste immagini di Malick sono indimenticabili. Lo è il padre, uno straordinario Brad Pitt, così ambiguamente feroce e crudele con i figli. Lo è la madre, sempre bella ed elegante, secondo gli anni Cinquanta, che dovrebbe compensare a forza solo di tenerezze e giochi rilassanti, la repressione dei suoi bambini. In realtà passiva, sottomessa, non responsabile, è figura femminile vecchia per le spettatrici di oggi. Nell’idillio familiare, forse anche autobiografico, protagonista involontario della guerra tra padre e figli, è il ragazzo maggiore, tra infanzia e adolescenza: sul suo volto tormentato passano l’adorazione, la sottomissione, la perplessità, la paura e infine l’odio per il padre. Come il regista sia riuscito a ottenere una interpretazione tanto perfetta e sconvolgente da un ragazzino, ci lascia colpiti. Specie quando il ragazzo, consapevole della violenza del padre, comincia a sua volta a torturare il fratellino prediletto. Sono immagini che resteranno indimenticabili nella storia del cinema. Il film si avvia alla fine con una sorta di resurrezione: scivolando sul pack polare bianchissimo, tutti i protagonisti, meno il padre, tornano ad incontrarsi, si abbracciano, si sorridono, intrecciano le mani, mentre si ode cantare il Requiem aeternam. È un’appendice, a modesto parere di cinefila, non indispensabile alla storia, a parte la straordinaria prestazione di Sean Penn, nel ruolo del fratello minore, ora adulto. Ma è forse indispensabile alla visione religiosa che impregna tutto il film, da momenti quasi ascetici alle tante citazioni bibliche. Il Festival di Cannes ha assegnato a L’albero della vita la Palma d’oro. Il regista, uomo assai riservato, non si è presentato né alla premiazione né alla abituale conferenza stampa. I registi Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, pur in concorso al Festival, dietro Malick, avrebbero dichiarato che il film americano era il più meritevole del premio. Qualcuno ricorda La sottile linea rossa, film sulla guerra di Malick? Se pensate di andare a vedere questo suo nuovo film, siete avvertiti.

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