24 Pieni d'Islam
Da Fairbanks a Totò
di Giovanni Curatola   

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L’idea cinematografica di un certo Islam è particolarmente interessante, perché raccoglie una serie di luoghi comuni e banalità impressionanti. Non oggi, ieri. Il ladro di Baghdad (1924) con il mitico Douglas Fairbanks è in questo senso un classico godibilissimo: ispirato a un mondo di favola (da Le mille e una notte), è un campionario di sciocchezze visionarie, compreso un fantastico tappeto volante che mai appare in letteratura, ma sarà significativamente ripreso in Le mille e un’ora di Asterix (1987).

Una pratica, quella dell’Oriente di colore, che però, a ben vedere, è parente stretta della pittura orientalista dell’800 (da Delacroix a Ingres a Gerome in poi), con un Oriente altrettanto favoloso, tutto centrato sul proibito e sulle donne, sull’harem e poi: sensuale, crudele, opulento, spudorato. Filone che continua in vari modi, da Totò le Moko (1949) con la qasba di Algeri che pare Spaccanapoli, fino al Fellini di Lo sceicco bianco (1952) e al premio Oscar Amarcord (1973), con il pittoresco corteo dello sceicco nel Grand Hotel e la mitica, inarrivabile Gradisca. Quanto questo Oriente islamico cinematografico di maniera (un po’ come i giapponesi che non hanno mai smesso di combattere la II guerra mondiale ed erano sempre cattivissimi), ci abbia inconsciamente suggestionato è difficile dirlo, ma in un angolino buio probabilmente questa visione in qualche modo resiste, resiste, resiste. Fino all’uso odierno di espressioni oscene (o sceme?) attribuite a un dittatore nord africano e adottate da un quasi dittatore nord brianzolo.

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