4 Gesti teatrali
Libertà è quando il babbo gonfia la mucca Carolina
di Alberto Severi   

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Gonfiare era una delle incombenze tipicamente paterne. La mamma ne era esentata. Noi figlioli, pure. Figurarsi la nonna. Era lui, il Babbo, che, forte della propria virile superiore capacità toracica – a malapena insidiata dalle stecche di Muratti Ambassador rimediate di contrabbando dai greci di via Da Tolentino – veniva delegato al gonfiamento (o gonfiaggio? o gonfiatura?) dei salvagente a ciambella per me e per mia sorella, sulla spiaggia di Pratoranieri, Follonica. Rito balneare fra i più pregni di significato, gesto teatrale solenne, pur in un vago sospetto di comicità involontaria (le gote deformate dall’aria: che ai tempi dei tempi indispettirono Venere quando si provò a suonare il flauto). Questo sospetto di comicità – latente e inespresso – era destinato a venire in luce, e anzi deflagrò, la volta che arrivò a casa la scatola-premio con dentro la mucca Carolina. Chiunque abbia vissuto – da bambino, da ragazzo o da adulto – gli anni Sessanta del secolo passato, sa bene di cosa si tratta. La mucca Carolina era un pupazzo di lattice, gonfiabile, che veniva dato in premio da una nota ditta produttrice di latte e prodotti caseari a chi spediva un certo numero di etichette di formaggini (i punti Invernizzi!), il che attestava un consumo regolare e indefesso del prodotto, e dunque una fedeltà da premiare. La mucca somigliava pochissimo a una mucca vera, come tanti animali dei cartoni animati: replicava infatti il personaggio disegnato da Cavandoli per il Carosello, la pubblicità televisiva della ditta. Aveva lineamenti antropomorfi e infantili, gli occhioni quasi da cerbiatto, le corna smussate, un fisico paffuto da cucciolo, sebbene sotto la pancia sbucassero le mammelle rosa, un po’ conturbanti. La cosa più stramba era però il mantello, che recava trapunti, come tatuati, fiori multicolori assemblati su pezze nere: stelle alpine e rododendri. Più la scritta: mucca Carolina, Invernizzi. Tutti i bambini conoscevano a memoria la canzoncina della pubblicità: Io ho una mucca assai pregiata (ehhh ohp!), e Carolina l’ho chiamata (ehhh ohp!). Appeso al collo ha un campanon, produce latte a profusion, vale certo dei milion! Tolon tolon, tolon tolon... ehhh ohp! A Firenze ne esisteva anche una versione un po’ bastarda, una parafrasi escogitata, sulla stessa aria, dai piccoli tifosi della Fiorentina: “E chi non è per i viola, ehhh ohp! Cià la mamma buhaiola! Ehhh ohp! ... tolon tolon tolon tolon!”. Orbene, la mucca arrivò nella scatola ovviamente sgonfia, deludente e anche un po’ macabra, tipo la pelle di san Bartolomeo scuoiato nell’affresco della Sistina. Ma subito il Babbo, come con i salvagente al mare, attaccò la bocca al tubicino che la mucca aveva sul deretano e si dette a gonfiarla. Ed ecco la trasfigurazione, l’epifania. Le forme del pupazzo, a scatti, cominciarono a dilatarsi nello spazio, a prendere volume, ad assumere l’aspetto tondeggiante del ben noto personaggio. Immaginate la scena: il Babbo, un giovane uomo corpulento sui trentacinque anni, seduto su un panchetto impagliato, gonfia una mucca col mantello tatuato di edelweiss! Surrealismo allo stato puro. E in noi bambini, all’improvviso, liberatoria, una risata: la percezione della comicità e dell’assurdità della vita. E insieme, per la prima volta, la percezione di nostro Padre, rosso per lo sforzo e con le gote gonfie, come di un uomo come gli altri, un po’ buffo, un po’ tenero, irrimediabilmente mortale. Non più un Dio. E allora, chi ha detto che sulla strada della Libertà si debba per forza, come Edipo, uccidere il Padre? A volte, per fortuna, basta semplicemente vedergli gonfiare una mucca di plastica. Sipario. Eeehh ohp!

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