13 Da Gerusalemme
Magritte dipinge il rock sotto il Muro
di Sefy Hendler   

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Traduzione in inglese:

Jerusalem is blessed with breathtaking beauty, holy sites, pure air and also with more than a dose of surrealism. Well, maybe not the surrealism as the founders of the surrealistic movement defined it, and yet surrealism it is. Every visitor to the holy city encounters sights difficult to explain: men in beards and long black coats running around in hot summer days, a wall of stones that in its cracks people place written prayers in addressed directly to the Almighty, a tomb of the founder of the biggest religion on earth that make people burst in tears the moment they see it is empty. Hence, fans of surrealism all around the world should know there are few places on earth where such a variety of phenomena shaking  perception of reality exists.
Without undermining the importance of all those places, from the western wall, through the Holy Sepulcher to the Ultra-Orthodox Jewish neighborhoods of the city, there is one more surrealistic sight one should view while visiting Jerusalem. In the Israel Museum, that holds work of art from any imaginable period, one painting is of particular interest. It is a work of one of the founders of the surrealistic movement in art, René Magritte. The work, called “The Castle of the Pyrenees”  was painted in 1959. It shows a huge rock floating over the ocean. On the top of the rock stands an imposing castle. The stark contrast between the heavy, dark, stone and the air and sea that surround it fill the spectator with surprise and confusion, so typical to the work of Magritte. 
The artist painted this work for his friend, the Belgian collector Harry Torcyner that became a successful layer in New York. The painting actually hanged in its Manhattan office. Torcyner donated the painting to the Israel museum and ever since the painting seems almost to have been painted for Jerusalem, itself a city on the hill, symbol of both substance and spirit like the stones from which it is built. “Rock of hope” Torcyner called the work in his correspondence with Magritte, something this city and the region need now maybe more than ever.

 

Traduzione italiana

Gerusalemme è benedetta da una bellezza mozzafiato, luoghi sacri, aria pura e da una gran dose di surrealismo. Ora, forse non proprio il surrealismo come lo avrebbero definito i fondatori del movimento surrealista, ma pur sempre surrealismo. Ogni visitatore della Città Santa si imbatte in apparizioni difficili da spiegare: uomini con la barba e con lunghe giacche nere che corrono in calde giornate estive, un muro di pietre tra le cui crepe le persone infilano preghiere scritte direttamente all’Onnipotente, la tomba del fondatore della più grande religione sulla Terra che fa scoppiare in lacrime le persone nel momento stesso in cui vedono che è vuota. Pertanto, i fan del surrealismo di tutto il mondo dovrebbero sapere che ci sono pochi posti sulla Terra dove esista una tale varietà di fenomeni che scuotono la percezione del reale.
Senza voler screditare l’importanza di tutti quei posti, dal muro occidentale, attraverso il Santo Sepolcro fino ai quartieri ultraortodossi della città, c’è una cosa ancora più surrealistica da vedere se si visita Gerusalemme. Nell’Israel Museum, che espone opere d’arte di ogni immaginabile periodo, un dipinto è di particolare interesse. È un’opera di uno dei fondatori del movimento surrealista, René Magritte. L’opera, chiamata “Il Castello dei Pirenei”, fu dipinta nel 1959. Mostra un’enorme roccia che galleggia sopra l’oceano. Sulla cima della roccia sta un imponente castello. Il forte contrasto tra la pesante ed oscura roccia con l’aria e il mare che la circondano riempie lo spettatore di sorpresa e confusione, com’è tipico nei lavori di Magritte.
L’artista dipinse questo quadro per un suo amico, il collezionista belga Harry Torczyner, che divenne un avvocato di successo a New York. Il quadro stava appeso nel suo ufficio a Manhattan. Torczyner donò il quadro al Museo d’Israele e da allora pare quasi che questo sia stato dipinto apposta per Gerusalemme, essa stessa città su di una collina, simbolo sia di sostanza che di spirito come le pietre su cui è costruita. Torczyner, nella sua corrispondenza con Magritte, chiamò il quadro “Roccia della Speranza”, qualcosa di cui la città e il paese sembrano avere bisogno, oggi più che mai.

 

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