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Diritti Umani, così l’Italia rischia di fare autogol
di Silvia Della Monica   

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L’Italia, grazie al voto espresso dall’assemblea generale delle Nazioni unite, riveste l’incarico di Stato membro del Consiglio dei diritti umani dal 19 giugno 2011 fino al 2014. Si tratta di un impegno importante per la promozione e protezione dei diritti umani nel mondo, nell’ambito dell’Unione europea e nel nostro Paese. L’Italia può giocare al meglio questo ruolo, a condizione di avere credenziali in tema di diritti umani tali da rendere credibile e propositiva la propria presenza nel Consiglio. Per questo non solo dovrebbe adempiere ad impegni sul piano internazionale, che richiedono la ratifica di strumenti di diritto internazionale come la Convenzione contro la tortura, la Convenzione per la protezione delle persone dalle sparizioni forzate e il Protocollo opzionale al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, ma dovrebbe mantenere anche in campo nazionale gli impegni assunti accettando la maggior parte delle raccomandazioni poste come condizione all’ingresso nel Consiglio. Tra queste si segnalano quelle in settori importanti come la lotta contro il razzismo e la discriminazione razziale, la situazione dei migranti e richiedenti asilo, il trattamento delle comunità rom e sinti, i diritti umani delle donne e dei bambini, la libertà di opinione e di espressione, l’indipendenza del sistema giudiziario e dell’amministrazione della giustizia. Ma questi impegni importanti, allo Stato, sono platealmente elusi dal Governo e dalle sue maggioranze parlamentari, come confermano fatti incontrovertibili avvenuti a partire dal luglio 2011. Ne cito alcuni:
Testamento biologico: a luglio 2011 la Camera dei deputati ha approvato norme sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” che espropriano i cittadini del potere di decidere sulle modalità di morire.

In questo modo ogni individuo può perdere quel diritto all’autodeterminazione, che la Corte costituzionale ha riconosciuto come diritto fondamentale della persona e la dignità nella morte è soppressa per legge. Così l’Italia è a rischio di allontanarsi dall’Europa e dal mondo, spinta dal medesimo furore ideologico che aveva prodotto una legge ingiusta sulla procreazione assistita, bacchettata dalla Corte Costituzionale e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Omofobia: sempre a luglio 2011, mentre la Corte Costituzionale dichiarava l’illegittimità del divieto di matrimonio per gli immigrati irregolari, per la violazione di diritti fondamentali, la Camera dei deputati ha posto in essere le condizioni per violarne altri, bloccando la possibilità di approvare una normativa contro l’omofobia. In questo modo, negando che la diversità sia fondamento dell’eguaglianza, Governo e maggioranza hanno dimostrato una regressione culturale e uno scarso rispetto dei diritti umani. E ciò malgrado, l’omofobia costituisce una illegittima discriminazione alla luce del trattato di Maastricht, del Trattato di Lisbona e della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, votati e approvati dal Parlamento italiano.

Cultura e istruzione: nelle manovre di luglio e agosto 2011, mentre tutti gli altri Paesi, pur in tempi di crisi economica, hanno mantenuto o aumentato le risorse destinate all’istruzione e alla ricerca, creando capitale sociale di qualità, il Governo italiano ha applicato ulteriori tagli al settore dell’istruzione e più in generale della cultura. E così i diritti culturali, al pari di quelli economici e sociali, che l’Italia si è impegnata a sostenere e promuovere con le Nazioni unite sono stati, invece, conculcati o annullati.

Intercettazioni e informazione: nell’ottobre 2011 la presidente della Commissione Giustizia della Camera, Giulia Bongiorno, si è dimessa da relatrice del disegno di legge sulle intercettazioni in segno di protesta. Con un emendamento presentato dal Governo si vuole rendere, difatti, completo il black-out sulla pubblicazione dei contenuti delle intercettazioni, anche solo per riassunto e anche se non più coperte da segreto. In questo modo il diritto-dovere di informare della stampa e il diritto dei cittadini di essere informati, costituzionalmente garantiti dall’art.21 e dall’art.101 (la giustizia è amministrata in nome del popolo italiano) possono restare gravemente compromessi. Per impedire la pubblicazione di parti delle intercettazioni si cerca, infatti, di vietare la pubblicazione di tutti i contenuti delle registrazioni, trasferendo nel campo dei diritti fondamentali l’irragionevole tecnica utilizzata per i tagli lineari operati nel settore economico. E dimenticando che per i “cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche”, le cui conversazioni si vogliono oscurare, l’articolo 54 della Costituzione stabilisce che devono comportarsi con “onore e disciplina”. Attribuendo al contempo al popolo sovrano il diritto di essere informato per poter valutare se questa avvenga.

La fideiussione antiviolenza: nell’ottobre 2011 la manifestazione degli indignados a Roma è stata stravolta da episodi di violenza posti in essere contro la volontà dei manifestanti pacifici e da condannare senza tentennamenti. Ma la risposta immediata del Governo ha dimostrato che all’utilizzo con fermezza della legalità ordinaria si preferisce il ricorso a leggi eccezionali come facile strada per coprire inefficienze. Far approvare una legge straordinaria da maggioranze parlamentari abituate ad obbedire è facile, mentre più arduo è fronteggiare con strumenti adeguati e ordinari tempi mutati e difficili. I fatti di violenza avvenuti a Roma sono gravi e proprio per questo si sarebbe dovuto reagire con serietà e freddezza. Il Governo, invece, non ha saputo resistere a propagandare la necessità di un ritorno alla legge Reale e, al contempo, al tentativo di comprimere altri diritti fondamentali con misure che francamente denotano ignoranza e grottesco. Proporre un obbligo per gli organizzatori dei cortei di prestare una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi va in piazza non solo si dimostra scarsamente praticabile, ma attenta ad un diritto fondamentale garantito dall’articolo 17 della Costituzione. Certo, le manifestazioni in pubblico devono avvenire pacificamente e senza armi, ma non si può pretendere che il diritto di manifestare possa essere condizionato da “un’adeguata capacità patrimoniale” e possa essere praticato solo da chi può pagarselo.

A questi esempi se ne possono aggiungere altri: basta pensare alle violazioni dei diritti umani dei detenuti, che si perpetrano quotidianamente nelle carceri italiane (anche in danno degli operatori penitenziari) e alla consapevolezza di dover accantonare ogni ragionevole speranza per i cittadini di riforme in materia di giustizia e diritti, se solo si considera che da oltre tre anni, altro non si pratica da parte di questo Governo che il tentativo di imporre leggi ad personam e di imbarbarire il sistema giuridico.

In ultima analisi, la capacità e la fantasia dimostrate dall’attuale Governo nel disconoscere più che promuovere diritti fondamentali, non lasciano ben sperare che l’Italia possa giocare un ruolo plausibile nel Consiglio delle Nazioni Unite dei diritti umani, per la promozione e tutela dei diritti nel mondo, in Europa e in ambito nazionale. Cosa che non solo amareggia, ma grandemente preoccupa.

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