6 Estate del '52
Il bacio di Fiorenza
di Luigi Settembrini   

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L’altro giorno, sfogliando degli appunti remoti, m’è capitata in mano una foto di Fiorenza sorridente, al Forte dei Marmi, estate 1952. Ce la presentò Giuditta, una sera al Supercinema, e fu subito soprannominata S.d.S. (Suscitatrice di Sogni). Aveva un anno più di me e mise in chiaro che lei solito usciva con un gruppo più emancipato (quei famosi cacacazzi che di giorno andavano a vela e di notte alla Capannina, alla Bussola e dove pareva a loro) e quindi era ovvio –non lo disse ma era implicito — che i poppanti come me manco li vedeva. Mi innamorai di colpo, una vera stangata, e quando pensavo a lei, cioè praticamente sempre, sentivo la bocca dello stomaco stringersi come se stessi morendo di fame. E fame l’avevo, fame di quei capelli luminosi che mescolavano il biondo chiaro allo scuro, di quella pelle liscia e abbronzata, dei pelini d’oro che vi ardevano sopra. Inutile sottolineare che ora non contava più neppure giocare al pallone. Perfino il cinema, senza di lei, diventava un boccone amaro. Quando ormai sembrava troppo tardi e il film stava per cominciare, ecco che la vedevo avanzare da lontano, romana, indolente, senza fretta, bellissima, più bella che mai, S.d.S, e il cuore mi andava su come un ascensore e io invece a quel punto cercavo in tutti i modi di sembrare indifferente, disinvolto, spiritosissimo: e soprattutto di capitare seduto accanto a lei. A Fiorenza (e a tutti gli altri) queste manovre erano chiare come il sole ma per grazia di Dio non parevano spiacerle del tutto e così giuravo a me stesso: “la prossima volta ci provo”. Nel momento però che si spegnevano le luci e cielo sopra di noi si riempiva di stelle mi mancava il coraggio. Non ero Julien Sorel, capace di forzare segretamente tra le mie la mano di lei. Ormai mancava una settimana alla sua partenza. Stava per svanire quella era diventata la cosa più importante, più della mamma, degli amici, del calcio. Ma visto che non ne avevo avuto la forza, fu lei che fece precipitare gli eventi. Mentre sulla tolda, nel vento, in mezzo a onde agitate e spruzzi in technicolor Hornblower stringeva a sè Virginia Mayo, il mignolo di Fiorenza sfiorò il mio, lo carezzò, lo trattenne, lo imprigionò: poi come stesse stirandosi o facendo le fusa, con un unico movimento gattesco, pigro e insieme deciso, reclinò la testa sopra la mia spalla. Ci baciammo. Fu il mio primo bacio vero con la lingua e tutto. Non riuscivo a crederci, ero clamorosamente felice, grato, commosso e chissà che altro ancora, e non importava (anzi! Anzi!) che gli amici intorno vedessero, commentassero e difatti gli “ehi ragazzi guardate che cosi morirete soffocati” e i ”dovreste fare caccia subacquea, non avreste bisogno di bombole” si sprecavano. Mentre la riportavo a casa sulla canna della bicicletta sentivo la carezza dei suoi capelli. Lo sentivo diverso, quel brivido, a seconda di come lentamente, delicatamente, muovevo la testa: a seconda di come, con le mie gote, sfioravo le gote di lei, prima l’una e poi l’altra, poi ancora l’una e poi ancora l’altra, respirando inebriato l’aria della notte e insieme a quell’aria il profumo del sole che sulla sua pelle si guardava bene dal tramontare… Gesù com’è rischioso imbattersi nella propria vita precedente! Soprattutto com’è brutto diventare vecchi!

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