9 Gesti teatrali
Voglia di pedalare nel vuoto
di Alberto Severi   

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Io il motorino non ce l’avevo. Nemmeno lo chiedevo, ai miei. Nemmeno lo desideravo. Sapevo che mia madre sarebbe morta d’ansia, a sapermi a giro per il vasto mondo crudele e disseminato di incroci mortali, su uno di quei pericolosi trabiccoli sterminatori di adolescenti. E così l’autocensura, al riguardo, era totale. Ottimo lavoro, mamma. O pessimo, a seconda dei punti di vista. Mi ritrovavo pertanto ad osservare i compagni motorizzati senza invidie né sindromi da volpe e l’uva, anzi con l’olimpica sensazione di superiorità morale, e quel misto di ascesi, cinismo, libertà, atarassia e ironica commiserazione che gratifica i saggi, privi di concupiscenza, a fronte di quanti, irretiti dalle passioni e schiavi delle sirene della mondanità, a quella medesima concupiscenza un po’ comicamente soggiacciono. Le smanie per il motorino mi parevano risibili. Tanto più che spesso l’oscuro oggetto del desiderio, per quei quindicenni di periferia, di famiglia operaia o piccolissimo borghese, si riduceva al minimalismo di un motociclo Piaggio, il Ciao, distante anni luce – a cominciare dal nome di rassicurante giovanilismo – dalle epicità on-the-road del chopper di Easy Rider o dal rombante agonismo della Ducati di Agostini. Era, il Ciao, poco più che una bicicletta col motore. E la sua natura mediana e anfibia, transizionale, risultava particolarmente evidente al momento della messa in moto. Quando il Piragino o il Gambarelli, o magari – fatto altamente spettacolare se la callipigia fanciulla indossava i suoi famosi Levi’s seconda pelle – la Lucia Bardazzi, quando insomma uno dei miei coetanei moto-dotati doveva issare il Ciao sulla forcella, facendo perdere alla ruota motrice il contatto col terreno, e quindi issare a loro volta se stessi sui pedali, e in tale posizione, mentre con una mano tenevano la leva del freno e con l’altra ruotavano il manubrio per dare gas, assestare due, tre, quattro, a volte – se faceva freddo o le candele erano sporche – anche dieci o dodici pedalate per avviare il motore, stando bene attenti a non farlo ingolfare di carburante. Ecco: quelle pedalate a vuoto segnavano, teatralmente, il passaggio fra la muscolare motricità della bicicletta e il motore meccanico. Erano la terra di nessuno dell’adolescenza, l’ultimo limbo di sopravvivenza dell’eterno presente infantile, fra l’infanzia, appunto, e il successivo correre troppo veloci verso la maturità. Un pedalare a vuoto apparentemente privo di scopo, ma propedeutico e necessario, alla messa in moto. Averlo saltato, allora, non mi parve importante, né, tanto meno, nocivo. Oggi, col senno del poi, la penso diversamente. Sipario.

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