13 Una stella a Firenze
I Magistrati degli Otto e la movida
di Stella Rudolph   

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Che i residenti del centro storico di Firenze si sentano sotto assedio si evince dalla cronaca riportata nei giornali: dal degrado in via del Palazzuolo alla movida nei quartieri di Santa Croce e d’Oltrarno nonché all’intasamento delle bancarelle che strangola quello di San Lorenzo. Chiaro è che il numero eccedente di turisti al galoppo, studenti stranieri ubriachi e, ora, enclavi etniche, ha esasperato le anime con il dilagare della vendita di paccottiglia e fast food che, dopo gli schiamazzi notturni, lascia intere piazze e strade come pattumiere (anzi, pisciatoi). Di tale emergenza si sta preoccupando la giunta comunale, alla quale forse gioverebbe tener presente le misure draconiane adottate dai temibili Magistrati degli Otto (preposti alle questioni giudiziali e penali del Granducato) – che lungo il ‘600 e ‘700 provvidero ad affiggere delle lapidi, con incise in bei caratteri le loro proibizioni di ogni sorta di disordine civica, sulle facciate delle zone a rischio. Basta una breve passeggiata per capire, a leggere bene codeste minacciose lapidi cautelative, che non v’era scampo per chiunque trasgredisse il dovuto comportamento sul suolo pubblico. Partiamo, ad esempio, dal mercatino di San Pier Maggiore ove i Capitani di Parte vietarono perentoriamente il 20 giugno 1639 “Per ornamento della città e reveren. del culto divino […] che nessuno ortolano o altri possa star a vendere robbe di sorte alcuna su la piazza […] cominciando dal luogo dove sarà affissa la presente proibizione sotto pena d’uno scudo e della cattura e tut.°”. A pochi passi in là, nella piazzettina oggi dedicata al giurista Pietro Calamandrei, gli stessi capitani misero un’altra lapide in data 20 aprile 1733 decretando “Il non poter far brutture in questa piazza sotto pena della cattura et arbitrio rigoros.° del Magistrato loro”. Ma anche su qualche passatempo innocente si pose il divieto: in via dei magazzini i soliti magistrati proibirono “Il gioco di pallotto et ogni altro strepitoso vicino alla Badia a braccia venti” per non disturbare la tranquillità dei monaci benedettini lì dentro. L’obbiettivo era di prevenire il disordine e i disgusti conseguenti: funzionò, a giudicare dalle carceri in quel triangolo urbano (Bargello, Stinche, convento francescano di Santa Croce) ripieni non solo di debitori, assassini e vittime dell’inquisizione, ma anche di chi, magari non avendo pagato la multa, avesse semplicemente disatteso i severi richiami alle regole stabilite per garantire un ordine pubblico assai meno problematico di quello con cui abbiamo a che fare oggi.

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