21 Il popolo del blues
Non era un fumetto, era Gainsbourg
di Giulia Nuti   

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Ci sono volte in cui la realtà assomiglia incredibilmente alla finzione, alla fantasia. Lui viveva in una casa tutta nera. Neri il soffitto, il pavimento di marmo, le pareti rivestite di feltro. Neri il divano, il caminetto, il pianoforte. Alle finestre aveva fatto togliere i vetri e al loro posto aveva fatto mettere delle lastre di cristallo colorate. Non amava la luce del sole perché – diceva – non si può organizzare. Non voleva che entrasse in casa sua a modificarne l’equilibrio. In compenso, aveva disposto una serie di luci elettriche moderne con le quali illuminava gli oggetti come se fossero stati i pezzi di un museo. Oggetti, spesso regali ricevuti, che nessuno poteva spostare, neanche di pochi centimetri. Raccontano che fosse maniaco dell’ordine e che dicesse di quella casa che era “il museo delle sue memorie”. Aveva le orecchie a sventola. Beveva e fumava sempre le stesse sigarette, Gitanes. Ma non era un fumetto, né un cartone animato, né il frutto della penna di un narratore fantasioso. Si chiamava Serge Gainsbourg. Abitava a Parigi, al numero 5 di Rue de Verneuil.

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