29 L'orto
Mai coltivare sotto un abete
di Stefano Pissi   

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L’abete bianco, Abies alba mill. È una pianta antica, appartiene al genere abies, parente stretto dei cedri spp. più che dei pini spp. Si dice conifera perché porta i coni, frutti primitivi, di legno. Mi piace il nostro abete appenninico anche perché nel suo nome c’è un progetto continuo e insistente; Abios in greco vuol dire che vive a lungo. L’abete e l’orto proprio no, non vanno d’accordo. L’abete-alto, è prepotenza rispetto all’orto-basso; troppa ombra dai suoi rami, troppa resina dalle sue foglie, gli aghi. Come dicono i contadini qui, l’orto sotto l’abete in vece d’andare avanti torna addietro. Un legame però c’è e l’ho trovato negli eremi dei camaldolesi, nelle abbazie dei vallombrosani, nei monasteri dei francescani. L’orto è natura addomesticata, protetta dalle mura, creato dall’uomo per l’uomo, fonte di cibo e spunto di raccoglimento, nell’orto concluso nascono i pensieri che ti rendono stabile perché ti ricordano che sei umile, da humus vicino alla terra, da lei dipendente; pensieri che ti smontano la superbia. Ma non si vive di solo orto e dalle mura si esce per incontrare il bosco, si lascia il certo per l’incerto, dove l’abete ricorda la natura selvaggia - anche se sempre coltivata - lui sta fuori le mura e per i monaci è estasi, elevazione verso l’alto; collegamento diretto dalla Terra al cielo. Un dialogo continuo quindi ora che ti eleva, ora che ti riporta giù, a ricordare le nostre opposte esigenze. Renè Daumal scriveva: “...spesso, d’altronde, nei momenti difficili, ti sorprenderai a parlare alla montagna, ora lusingandola, ora insultandola, ora promettendo, ora minacciando; e sembrerà che la montagna risponda, se le hai parlato come dovevi, addolcendosi, sottomettendoti. Non disprezzarti per questo, non aver vergogna di comportarti come quegli uomini che i nostri dotti chiamano dei primitivi e degli animisti. Sappi soltanto, ripensando poi a quei momenti, che il tuo dialogo con la natura non era che l’immagine, fuori di te, di un dialogo che si svolgeva all’intero”. Per quanto mi riguarda adesso va bene così; semplicemente perché consapevole di chiudere cerchi, aperti al mattino e conclusi la sera, piccoli tondi dentro un grande O di stupore che finalmente risolverà quando allora sarò beatamente m’orto.

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