2 Sintesi
Senti le campane
di Milly Mostardini   

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La tua città, le campane, il fiume. Potresti vivere in una città, dove non ci fossero le campane? Non dico quegli straordinari congegni elettronici, ma le campane vere che suonano le ore dei loro riti, e tu riconosci le voci. Hai fatto caso a come sono diverse le città che hanno un fiume e le altre? Ti è capitato di uscire di casa così, per prendere una boccata d’aria, e scoprire che stai andando verso il tuo fiume? E chi torna da altrove, dove lavora e vive, che per prima cosa va a vedere l’Arno, ci hai fatto caso? C’è un ponte bruttino, umile, simpatico: da lì vedi a est il Pratomagno, e capisci come sarà il tempo domani, a Ovest cogli l’infilata dei ponti, storici, monumentali. Con la mente segui la via d’acqua, terre, città del suo corso, luoghi segreti (mai visto le Gole della Gonfolina?), la Bocca a mare. Fiumi e torrentacci, a me, figurati, sembrano le vene di una terra. Sono andata in Iraq, le terre da dove ha avuto origine il nostro mondo, per vedere il Tigri e l’Eufrate, oggi spremuti dalle troppe dighe costruite in Turchia. Ho toccato le leopardiane steppe dell’Asia centrale, attratta dall’Amu Darija, il leggendario fiume che per millenni ha diviso le terre dei nomadi da quelle della grande civiltà persiana: lo hanno guadato Alessandro il Macedone e le orde dei Mongoli. Ho visto, così, cosa ha fatto la civiltà tra Otto e Novecento a quella magnifica via d’acqua, che piomba dai ghiacciai del Pamir e alimentava il mare di Aral, oggi morto. La prima cosa da fare, arrivando in un posto mai visto? Andare al mercato, naturalmente. Non è difficile, ti ci portano i piedi, segui il flusso delle persone e scopri cosa mangiano, cosa produce la loro terra, come spendono, contrattano, come si vestono, che utensili e oggetti portano a casa, chi sono. Potresti abituarti a una città, senza i suoi mercati? Quelli dove spii se ci sono ancora i sacchi del civaiolo o il banco del vecchio contadino degli orti periferici, oggi sostituibili con le luccicanti collanine degli immigrati o magari dai prodotti bio, che arrivano da altri continenti.
Due anni fa, l’ultima vecchia contadina esponeva al banco, oltre a modeste verdure, i rametti fioriti del suo calycanthus: il profumo dell’inverno, l’odore più stordente. Quel che manca invece ai mercatini folkloristici, pubblicizzati da agenzie di viaggio, per weekend che furoreggiano, operazioni di marketing, consumo di oggetti che tornato a casa detesterai a lungo. Alla fine non ti sto parlando di grandi temi, paesaggi da difendere e monumenti da salvare dalle rapine, questo lo fa meritevolmente il FAI, lo fa il combattivo Salvatore Settis. Ti parlo di patrie del cuore, ce ne sono tante, lontanissime o vicine, come la pergola del glicine bianco e lilla del nonno (chissà se c’è ancora). Puoi cercarle, riconoscere i posti. Conservare in te odori, suoni, silenzi, colori di cento luoghi della mente, rievocati anche da un viso, una parola, un canto. È una piccola resistenza quotidiana, in un mondo alieno. È fatta, sei un umile cittadino del mondo.

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