8 Gesti teatrali
Telefono a gettoni: quando non avevamo tanti trilli per la testa
di Alberto Severi   

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Non ce le abbiamo mai avute, in Italia, delle belle cabine telefoniche come quelle inglesi, color rosso acceso, col tetto a cupola, simili a lanterne dei pompieri. Da tutelare, anche una volta esaurita la loro utilità immediata, come reperti d'arredo urbano old fashioned. No. Difficile, da noi, rimpiangere i brutti parallelepipedi Sip, poi Telecom, di vetro e plastica e alluminio anodizzato che deturpavano marciapiedi, giardinetti e aiuole spartitraffico dell'era pre-telefonino cellulare, insieme così prossima e così sideralmente lontana. Rese torride dal sole, soprattutto, risultavano invivibili: autentiche camere di tortura, spesso impregnate del fumo di sigaretta, o dell'afrore (che la calura quasi faceva fermentare) di qualche recente utilizzatore, talvolta ahinoi di urina, istoriate da sciatti pennarelli o da temperini turpiloquenti, inneggianti a parti anatomiche per lo più, ma non esclusivamente femminili, a squadre di calcio, a partiti politici di estrema destra o di estrema sinistra o di estremo centro. Eppure. Eppure anche lì, in quei brutti casotti puzzolenti, qualche volta era bello rintanarsi. Soprattutto magari con la pioggia. E far scivolare i gettoni nella fessura semicircolare che sormontava l'apparecchio telefonico a parete, in un' improvvisa, magica, eccitante intimità con la voce dell'altro. Che, dalla cornetta, anzi lì, nella cornetta, sembrava fisicamente condividere con noi quel minuscolo spazio, quasi ricreando in maniera astrale corporee vicinanze. Ma il vero luogo perduto che andrebbe proustianamente ritrovato era la cabina telefonica ospitata nel retrobottega del bar o nella hall dell'albergo. Grande e strutturata come una piccola edicola. Ovattata e insonorizzata con le sue pareti crivellate di buchi e imbottite di gommapiuma, conservava (assieme agli echi e ai relitti di mille conversazioni, afflati, ansie, lacrime, baci, minacce, recriminazioni) puzzi e profumi di tanta gente, macerandoli in un'unica fragranza dolciastra di fondo: il famigerato odore di umanità. E sembrava una sorta di uterino e laico confessionale, dotato alla bisogna, premendo un interruttore, di luce soffusa e discreta (ma c'era chi, buongustaio delle emozioni, preferiva restare al buio). Quasi sempre, si era sollevati dall'onere dell'inserimento dei gettoni, e il telefono era a scatti, calcolati da un contatore a parete che il gestore del bar o un inserviente azzeravano e riavviavano ad ogni utilizzo. Ma il non plus ultra si dava se e quando il luogo conservava anche il gesto – teatrale, si capisce – dell'inserimento nel telefono, come in un salvadanaio, del gettone. Marroncino-bronzeo, opaco e scanalato, il gettone monetizzava la conversazione, la ponderava, e istituiva una sorta di economia della parola. Col rumore metallico del suo precipitare nel ventre dell'apparecchio, a scandire il tempo trascorso e quello residuo – allegoria della vita stessa – , assegnava ad ogni frase il suo peso, la sua importanza, quasi a scoraggiarne e contenerne la dissipazione. Quel gesto, in quel luogo (entrambi perduti, spazzati via ormai da alcune generazioni di cellulari e iphone) racconta un'epoca ancora priva di trilli per la testa, di suonerie per-Elisa o besame-mucho a infestare le strade, di irritanti vociferanti imbarazzanti conversazioni inflitte coram populo, con o senza vivavoce o auricolare, di parole prive d'argine e di misura, buttate via a vagoni come se non costassero nulla, solo perché si è contrattato un profilo d'utenza vantaggioso, mentre invece bisognerebbe pur sapere che le parole, tutte le parole, un prezzo ce l'hanno sempre. E se non ci sono, a ricordarcelo di volta in volta, un gesto, un gettone, il teatro, la letteratura, l'arte e la buona politica, si rischia di pagarlo tutto insieme, alla fine. Molto molto salato. Come difatti sta accadendo. Sipario.

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