24 Classika
Villa Romana, sembra di stare a Oslo
di Gregorio Moppi   

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Una scheggia d'Europa fuori porta. Dove Firenze è un po' meno Firenze, e quasi quasi sembra già di stare in campagna anche se siamo appena sul san Gaggio. E' lì che, prima di scollinare, sulla destra, si avvista Villa Romana. Ritrosa, lei si mostra malvolentieri; bisogna, noi, andare a cercarla. Tana di giovani artisti tedeschi da più di un secolo, ha sempre occhieggiato la città sottostante, impermeabile però a quanto vi accadeva. Né, d'altra parte, lei si è mai concessa. Ma da una manciata d'anni qualcosa è cambiato. Un giorno ne hanno varcato il cancello due musicisti fiorentini, Emanuele Torquati e Francesco Dillon, trentenni dalle antenne drizzate su ciò che di dinamico e inebriante succede nella musica d'oltralpe, anche perché loro stessi partecipano di questa vitalità. La direttrice lungimirante gli ha prestato orecchio. Una fondazione bavarese ha investito sulla loro idea, con l'intesa che metà dei soldi (10 mila euro: segno che perfino da pochi quattrini, se innaffiati dalla creatività, possono fiorire gemme) venisse impegnata nella commissione di pezzi nuovi. E da allora questa villa ci proietta in un altrove di meraviglia, verso la sperimentazione elettronica ed esecutiva, infrangendo frontiere geografiche e di genere. Mette insieme Sciarrino e il rock-pop, le arti plastiche con l'elettronica più spericolata e meno commerciale, teatranti e quartetti d'archi con esperienze di compositori-performer che lavorano in collettivi. Il pubblico poliglotta, quando lo spazio non basta più, si sdraia sotto il pianoforte o si riversa nel parco. Pare di trovarsi a Berlino, o a Parigi, o a Oslo. In posti dove la curiosità è più forte dell'abitudine.

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