7 Lasciate che i bambini
Offerte a Venere
di Tomaso Montanari   

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Alfonso, terzo duca di Ferrara, aveva bisogno di non pensare alla guerra, alle congiure e alla politica. Così, nel suo bel castello che oggi è ferito dal terremoto, il duca si fece costruire il Camerino d’alabastro, un luogo incantato rivestito di sculture di marmo e di quadri dei più grandi pittori del suo tempo.

Quadri che parlavano d’amore. Purtroppo, pochi anni dopo la morte di Alfonso, quel luogo meraviglioso fu saccheggiato e distrutto da un papa guerriero e dai suoi cardinali, avidi di opere d’arte. Ma il sogno di Alfonso vive nelle opere che ha voluto e amato: così importanti da influenzare secoli di storia dell’arte, e oggi sparse nei musei di tutto il mondo. L’Offerta a Venere di Tiziano è una di quelle. È primavera avanzata: quasi estate. Siamo in aperta campagna, e gli alberi sono già pieni di frutti. Su un gran prato di tenere erbette una schiera infinita di amorini (gli eroti dei Greci, i cupidi dei romani) si è data appuntamento: proprio sotto la statua della loro mamma, Venere, dea dell’amore. Questi teneri e paffuti bambini alati sono tutti armati dell’arco e delle frecce che fanno innamorare gli dei e i mortali: le armi che fanno di Amore il dio più potente e temibile. E giocano tra loro, scatenati, al ritmo dei cembali suonati dalle Grazie, tre amiche della mamma. Una selvaggia e gioiosa scampagnata d’amore. Ci voleva la forza animalesca del pennello di Tiziano per dipingere la forza dell’amore in un quadro dove – come ha scritto Marco Boschini, nel Seicento – “l’allegrezza giubila col diletto e col contento; dove il godimento scaccia e bandisce dal cuore la tristezza”.


Tiziano, Offerta a Venere, 1518-19. Madrid, Museo del Prado.

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