8 Gesti teatrali
La profanazione palpabile
di Alberto Severi   

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“Adesso non ti laverai la mano per un anno...” “Dite pure per sempre”. Davanti ai nostri sguardi ammirati e invidiosi, ai tavolini del Caffè Paszkowski, Livio aveva il sorriso estatico che doveva aver solcato l’arcigno volto nasuto di Dante Alighieri dopo l’ultima visione del Paradiso, mentre, con sguardo convergente e con la palpebra a mezz’asta (Livio, non Dante), l’occhio lucido e scintillante, rimirava dinanzi a sé la propria mano, rigirandola incredulo, inebriato e commosso.
A suo modo, era stata un’esperienza mistica.
Le guance erano arrossate dall’emozione, entrambe: ma, la sinistra, anche dai postumi del poderoso ceffone che la Rosanna gli aveva assestato, dopo che lui, con hybris inaudita, le aveva palpato il culo.
Sedere, certo, si dice sedere: o magari, con un recente eufemismo metaforico, sulle prime spiritoso, ma ormai stucchevole: lato B.
Ma don Milani diceva (don Milani! Non Tinto Brass. D’altronde i preti la sanno più lunga dei registi erotomani) che una lingua sana e corretta è quella che impiega la parola culo né una volta di più né una volta di meno di quante sia doveroso farlo. E qui è doveroso. Una palpata di sedere, non esiste.
Tanto più che sedere si conferma termine infelice, improprio, collegato all’impiego più trito e bigio che di quell’altrimenti entusiasmante parte del corpo può esser fatto: star seduti, appunto.
No. Il sedere di Rosanna, era, a tutti gli effetti, un culo. E di prima categoria. E quella che Livio aveva osato infliggergli non era stata la mera pacca a mano aperta, rapida e brusca, senza voluttà: violenta e materiale, per difetto di coraggio, come certi adolescenti nell’epoca dello sviluppo. No: era stata una signora palpata, esperta, da manuale (appunto!), un gesto erotico di prim’ordine, con la mano a cucchiaio, a raccogliere, a sondare, prensile, per interminabili, inestimabili frazioni di secondo, la consistenza soda della parte convessa, ma anche (oh, voluttà!) il concavo ineffabile tepore che stava sotto, al centro, a celare e proteggere quelli che Diderot seppe congruamente ribattezzare les bijoux indiscrets.
Gesto sessista, si capisce.
Non più in uso, grazie a dio, se non in ambienti rozzamente vintage.
Molestia sessuale.
Addirittura – giuridicamente – violenza.
Eppure. Eppure. Eppure, fra la palpata magistrale e il magistrale ceffone, Rosanna gli aveva pur scoccato, a Livio, un’occhiata di fuoco, che non era solo furore, indignazione, disprezzo.
No. Era un altro fuoco.
E forse quell’occhiata aveva presupposto un’altra e preliminare occhiata d’invito, un “ciak si gira”, un’esca, un nulla osta alla rappresentazione.
Lo so: è un discorso ambiguo e insidioso, che può prestarsi ad equivoci e fraintendimenti.
Anche orrendi.
Però, molti anni dopo ne abbiamo riparlato, insieme. Con Rosanna. E lei pure, l’ha ammesso. Rosanna era bella, altera, un’icona angelica quasi stilnovista (lo è tutt’ora, a cinquant’anni suonati). E quella palpatio culi era stata una profanazione.
“Ma l’erotismo, in fondo, non consiste forse per l’appunto in una profanazione? E la profanazione implica la presenza di qualcosa di sacro, di bello, di alto, da profanare.
Con la pornografia da passeggio che ha preso campo negli ultimi trent’anni, hanno ucciso il sacro e il bello, rendendolo merce, facendo non solo dell’uso un abuso, ma anche dell’abuso un uso. Ma così hanno tolto anche la possibilità di profanarlo, e dunque hanno ucciso l’erotismo”.
L’ho guardata affascinato, ma un po’ perplesso.
“È un discorso davvero pericoloso – ho osservato, – la profanazione estrema, in fondo, conduce alla violenza, alla sopraffazione, allo spregio, allo stupro”.
“Ah be’ no, caro. Cioè, sì, Ma quando l’eros distrugge il suo oggetto, senza amarlo, lo annienta, diventa solo morte. La profanazione amorosa dev’essere consenziente, e reciproca: e un po’ teatrale, in fondo. Un gioco. Erotico. Parlo dell’erotismo che ama ciò che profana, e dunque non lo distrugge.”
“E tu, eri consenziente, tanti anni fa, davanti a Paszkowski?” “Tu che dici?”, ha sorriso lei del suo sorriso ancora irresistibile.
“Consenziente, e reciproco!” E così dicendo, ha allungato una palpata vecchio stile, a cucchiaio, “a raccogliere”, sul retro scolorito dei jeans attillati di suo marito Livio, che transitava nei paraggi, spingendo davanti a sé un aspirapolvere.
In fondo anche lui, nel suo genere, ha ancora un bel culo.
SIPARIO.

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