10 In scena
a febbraio nei teatri della Toscana
di Tommaso Chimenti   

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L’eros non è l’amore. E nemmeno Ramazzotti. Quello è un amaro post desco. Eros che è l’anagramma di rose. E neanche l’erotismo. Eros che è cupido ma anche desiderio. Forse ne abbiamo perso il senso, strada facendo. Amore ossessivo e pungente, catastrofico e caustico è quello che lega, fino alle estreme conseguenze, il Woyzeck di Büchner, capolavoro incompiuto che ancora assume nuovi significati, angolature screziate. Due nel mese di febbraio le importanti rappresentazioni circa il povero soldato tradito dalla moglie Marie: Scene da Woyzeck è l’alto saggio della scuola di Federico Tiezzi (negli anni passati al Metastasio, laboratorio poi spostatosi a Pontedera, ma le due repliche, l’1 e il 3, saranno nella tensostruttura del Castello Pasquini a Castiglioncello nella stagione invernale di Armunia, diretta da Andrea Nanni). Scene da come già gli successe con l’Amleto prima e con Romeo e Giulietta poi. Ancora Woyzeck con il maestro Claudio Morganti (quest’anno premio Ubu speciale) che al Fabbricone di Prato, in tre puntate, il 13 Marie e il Capitano, il 14 una lettura, il 16 e 17 Scimmia, mette a fuoco, viviseziona, scioglie i nodi per creare altri dubbi, i quadri più significativi dell’opera, da lui messa sotto l’occhio del microscopio e studiata fin nelle pieghe per anni. Per il teatro di Morganti vale quello che una volta disse il regista colombiano Enrique Vargas, che la piece gira e fa tournée fin quando è imperfetta, fin quando deve migliorare e crescere ed evolversi, quando è perfetta e pulita, allora è il momento di metterla da parte. Nel filone brillante C’eravamo troppo amati (8 e 9 al Teatro Lumiere di Badia a Ripoli) con il duo romano Michele La Ginestra e Michela Andreozzi (volto televisivo conosciuto grazie alla presenza fissa a Colorado) che prende le mosse dal C’eravamo tanto amati di Ettore Scola con la Sandrelli, Gassman e Manfredi. Ma la piece che più d’ogni altra incarna il fil rouge del mese è senz’altro Un tram che si chiama desiderio (dal 7 al 10 al Metastasio di Prato), dalla drammaturgia di Tennessee Williams e conseguente pellicola che ha appena compiuto le sessanta candeline, con Marlon Brando e Vivien Leigh, rivisitata e rimodellata dal geniale occhio del regista napoletano, ma diviso lavorativamente tra Italia e Germania, Antonio Latella (due gli Ubu ’12: miglior regia ed attrice non protagonista). Proiettori e altoparlanti ad invadere il palcoscenico e Vinicio Marchioni (il Freddo della fiction Romanzo criminale) che non fa rimpiangere il mito Brando-Kowalski.

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