22 Pieni d’Islam
Un favoloso solitario
di Giovanni Curatola   

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Parlare di eros nel mondo islamico o meglio nel modo islamico, non è difficile. Basterebbe limitarsi a un taglia-e-incolla dalla celeberrima raccolta delle Mille e una notte per raggiungere lo scopo.

Ma sarebbe un inganno troppo facile. Infatti proprio le Mille e una notte (pubblicate per primo dal francese Antoine Galland e donate a Luigi XIV, un re Sole ormai al crepuscolo), ci raccontano un mondo orientale da favola: opulento, molle, ricco e sensualissimo, diciamo pure immorale (la riedizione del tardo impero romano), nel maschio latino causa di una malcelata invidia: ancora oggi la storia delle quattro mogli rese lecite al musulmano, non provoca altro che ironici ammiccamenti. Quello degli harem pieni di donne bellissime e intriganti, dedite al vizio e all’ozio, prive di scrupoli, sorvegliate da potenti figuri resi impotenti a bella posta (gli eunuchi: da noi, lo stesso servizio non era sconosciuto, ma, più civilmente, serviva per donare tonalità canore inusitate, come quelle di Carlo Broschi, in arte Farinelli), è un filone mai tramontato, anzi. È l’immagine che il mondo occidentale darà all’Oriente attraverso l’Orientalismo (per chi non lo avesse letto si consiglia Edward Saïd), braccio intellettuale del colonialismo. Già lo shakespiriano Otello è un moro musulmano, stranamente al servizio dei veneziani contro i turchi, rappresentato nerissimo (ma forse è un abitante della Morea, così chiamavano i veneziani il peloponneso greco e più facilmente olivastro), prototipo dell’uomo possessivo e geloso fino all’omicidio (femminicidio si dice oggi). Poi ci si mette la pittura con Delacroix, Ingres o con un Jean-Léon Gérome, ma anche epigoni di altre scuole europee, pure italiana, a creare atmosfere sature di erotismo un po’ voyerista, poco realistiche, ma che importa. Girato il secolo ecco il turno del cinema, offrendo – sempre – l’immagine dell’orientale (ovviamente musulmano) come schiavo dei sensi, obnubilato dal sesso (ma sempre così geloso da imporre – con la scusa della fede – che fra parentesi non la impone affatto, la copertura della donna con hijab, niqab, chador o burqa che sia), un essere ancora preda degli istinti (che notoriamente sono considerati in ogni caso bassi). Pensiamo al Fellini di Lo Sceicco bianco (già nel titolo), che si supera in Amarcord (il capolavoro è del 1973, solo quarant’anni fa), dove fa giungere al Grand Hotel di Rimini il grottesco corteo di un emiro (quasi un nano) con trenta concubine, che poi chiameranno a sedurle il poveraccio di turno (pifferaio magico) al quale faranno un balletto parodia della danza del ventre. Oh, mica uno qualsiasi, Fellini, che come sempre è divertente e geniale. Insomma, un cliché, storicamente ribadito in mille modi, forse non lusinghiero, ma talmente radicato nell’immaginario collettivo, da essere paradossalmente quasi rivendicato ed esibito da qualche personaggio oggi per lo più dimenticato, come Adnan Khashoggi (per wikipedia uomo d’affari e mercante d’armi), per noi forse ancora ricordato per la munifica generosità (un favoloso solitario, nel senso di diamante) donato a una pin-up veronese per la compagnia di una notte. Il nostro sultano di oggi (per la statura ci aveva già beccato Fellini col suo emiro), dicono le cronache, forse per via dell’inflazione, regala molto meno: un bracciaolgettino non da re sole, ma da re arco. Ormai senza freccia.

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