26 Una stella a Firenze
Il figlio di Venere
di Stella Rudolph   

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Quando nel dubbio sul ruolo talvolta scombussolante dell’eros nella vita, conviene consultare e meditare sulla saga più avvincente della mitologia greco-romana al proposito, trasmessaci nelle Metamorfosi di Apuleio (c. 180-190 d. C.) e poi illustrata da una formidabile sequenza di capolavori artistici.

La personificazione di Eros/Amore quale Cupido, il bellissimo figlio adolescente di Venere, dea dell’amore, fu lo spunto per la trama narrativa in cui egli s’invaghì dell’altrettanto bellissima figlia di un re: cioè la fanciulla Psiche, il cui nome – e l’emblema di una farfalla – significava nell’antico greco anima. Insomma Amore si innamorò di colei. Ne scaturì una trafila di accidenti, dolori e smarrimenti che entrambi dovettero penare avanti la happy ending solennizzata dal Convito degli Dei per il loro matrimonio allorquando Giove elevò Psiche al rango dell’immortalità (cfr. i celebri affreschi raffaelleschi di codesti episodi nella Villa Farnesina a Roma). Se Caravaggio aveva raffigurato l’Amore Vincente nella guisa di una sfacciata ridanciana del suo potenziale erotico, coll’avvento del Neoclassicismo la declinazione del soggetto si era trasmutata nella chiave sentimentale del primo incontro tra i due perfino casto e trasognato, interpretato dallo scultore Antonio Canova e dal pittore François Gérard in un paio di opere sublimi e coeve (1796-98) prestate dal Musée du Louvre ad una recente mostra dedicata a loro dall’Eni nel Palazzo Marino a Milano. L’accosto del gruppo marmoreo a quello dipinto sullo sfondo di un paesaggio ne ha opportunamente messo in rilievo non solo la perfetta formosità dei corpi ignudi ma pure il delicato, grazioso afflato nascente. Il messaggio recondito verte sull’attesa di un’armonia tra sensi ed anima che ognuno, prima o poi, auspica di sperimentare nel proprio percorso esistenziale.


Antonio Canova, Amore e Psiche, Parigi, Musée du Louvre

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