24 Di line e di lane
Il clic e il bang
di Pietro Jozzelli   

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Careggi - Dentro il cilindro beigiolino della risonanza magnetica, l’unica cosa da fare è tentare un patto a ritroso con se stessi. Quando entri nel tubo, con in testa una grata di plastica e in mano una peretta di gomma per dare l’allarme, sei ancora sorpreso, incuriosito, preoccupato. Là fuori dove controllano monitor, diagrammi e lucette che si inseguono, guardano se nella tua testa c’è quelle cose che loro chiamano ictus, trombosi, tumori, aneurismi. Pensieri un po’ scomodi, ma che durano un attimo: il tempo che intercorre tra il clic di segnalazione che sei incastrato e il bang dei rumori meccanici (ma non lo sono) della macchina che comincia a lavorare, a lanciare onde nella tua testa per fotografare la diversa evidenza delle masse solide o gelatinose. Sulle foto restano impressionati, se ci sono, danni cerebrali che possono condurti altrove. Quando sei dentro, però, non pensi a queste cose. I rumori della macchina - clangore di ferraglie stridenti, acuto sibilante di un ferro sulla mola, maschio che mangia la ghisa sul tornio - ti avvolgono come un sudario e come un veleno che penetra nel corpo e nelle ossa, lasciandoti un’unica alternativa (se non vuoi premere la peretta): respingere l’assalto dell’alieno con quattro ordini di mura (una in più di Carcassonne). Come? Di fronte al frastuono del mondo, l’unico scudo è il film muto del proprio passato. E’ una lotta: sei nello spazio atemporale della tua possibile previsione di morte. Ma siamo viscere oltre che testa: una forza impressionante si sprigiona dal corpo e combatte gli ultrasuoni e impone, alla fine, il suo ordine. Il silenzio vince sul caos dei decibel. C’è un rischio subdolo: che il silenzio del passato sia veleno più micidiale dei rumori del mondo. Svelto, allora, premi la peretta.

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