10.Gesti teatrali
Un pollice da bigliettaio
di Alberto Severi   

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Era consigliabile infilare sul pollice destro il cappuccio di gomma blu, appositamente zigrinato per mantenere aderenza nell’operazione, e preservare il polpastrello dallo scivolamento sulla carta del biglietto, che ne avrebbe inficiato lo strappo. “Preservare”, sì: a suo modo, era un preservativo. E nessuna gerarchia religiosa avrebbe potuto metterlo all’indice. Per la buona ragione che, appunto, andava messo al pollice. A indossarlo con una certa aria importanziosa, sugli autobus fiorentini verde-bottiglia fino ai primi anni ’70, c’era questo fondamentale personaggio: il bigliettaio, o fattorino. Si accomodava in una specie di gabbiotto sulla destra della portiera posteriore, in modo da intercettare i passeggeri appena imbarcati nella loro epica marcia dalla piattaforma (sulla quale era vietato ‘sostare’, ma anche ‘sputare’, e implicitamente molte altre cose: defecare, ad esempio, o suonare il pianoforte) verso gli orizzonti catartici della portiera di discesa. Allineata davanti a sé, su un piccolo desco pensile, il fattorino disponeva la flottiglia dei blocchetti di diverso colore: interi, ragazzi, militari, mutilati (“di guerra e del lavoro”). Con una mano bloccava la matrice. Con l’altra mano, tramite una leggera pressione e un secco movimento del pollice coronato di blu, staccava la figlia per il passeggero lungo la linea perforata. E intanto, dal suo piccolo trono sopraelevato, elargiva perle di umorismo popolare, come da un minuscolo palcoscenico: sentenze e motti imbevuti della perspicacia in lui coltivata dal quotidiano lavoro d’osservazione condotto sulla varia umanità che ininterrottamente gli scorreva dinanzi. Il fattorino. Nessuna macchinetta obliteratrice potrà mai colmare la perdita inferta all’Umanità dall’abolizione di questa basilare figura della Prima Motorizzazione, ormai dimenticata.
Sipario.

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