6.L'intervista John Guare
“I miei Sei Gradi, uno sguardo sul razzismo”
di Monica Capuani   

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Mariangela Melato avrebbe voluto interpretare a tutti i costi il personaggio di Ouisa. Ma non è riuscita a trovare una produzione. Eppure, leggendo Sei gradi di separazione, si capisce che un regista accorto può bypassare quel problema tutto italiano che un testo con 17 personaggi non si può fare. Il teatro è lo specchio del mondo, e il mondo è pieno di gente, no? Giorni fa, dando un’occhiata alla stagione 2010 dell’Old Vic di Londra, che Kevin Spacey dirige con soddisfazione senza rimpianti per Hollywood, ho visto in programma dal 7 gennaio al 6 aprile Sei gradi di separazione di John Guare. Così l’ho chiamato per chiedergli perché quel testo - cui molta eco ha dato anni fa il bel film di Fred Schepisi con Will Smith, Stockard Channing, Donald Sutherland e Ian McKellen - è ancora così vivo e necessario.
Come è nata l’idea di Sei gradi di separazione?
Il mondo è totalmente accessibile, oggi. Così mi è venuta l’idea di scrivere una commedia su un ragazzo nero che trova una rubrica di numeri di telefono di ricchi, vuole entrare in quel mondo e ce la fa. Ma quando alla fine Ouisa, la moglie del mercante d’arte, vuole ritrovare lui, non le sarà possibile. È il mio commento sul razzismo americano. Se sei nero e povero, sei invisibile, inaccessibile, irreperibile. Perché sprofondi nelle crepe del sistema e scompari.
Cosa dice la teoria dei Sei gradi di separazione?
È una teoria statistica che stabilisce che tra ciascuno di noi e chiunque altro nel mondo ci sono al massimo sei persone. Per Ouisa, è un’informazione confortante e preoccupante al tempo stesso. Perché al mondo non ci sono sconosciuti, ma non c’è neanche più alcuna privacy.
A 11 anni, quando scrivesti la tua prima commedia, immaginavi una così lunga carriera teatrale?
Sì. Scrissi il testo, reclutai come attori i ragazzi del quartiere, venni recensito nel giornale locale. Quando compii 12 anni, i miei genitori mi regalarono una macchina da scrivere portatile Royal con un biglietto: “Al nostro drammaturgo”. Era la mia vita, lo sentivo. Ero a casa. E ci sono rimasto.

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