7. Gesti teatrali
Quei secondi etrni davanti al telefono con l'indice alzato
di Alberto Severi   

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La fase filosoficamente più significativa della piccola liturgia, e teatralmente più fertile, era la fase 4.
In precedenza, la fase 1 era consistita nell’afferrare la cornetta e sollevarla dalla forcella dell’apparecchio. Siamo negli anni ’60. E il telefono, da tavolo o da muro, quasi sempre di color nero avorio, ha assunto una silhouette tondeggiante, tipica di quegli anni. Cosicché la cornetta, che assembla in un unico oggetto di bachelite il microfono trasmittente, da avvicinare alla bocca, il microfono ricevente per l’orecchio, e un’unica impugnatura intermedia per entrambi, finisce per somigliare, coi suoi due rigonfiamenti laterali, alla sommità della testa di Topolino, o ad un berretto da torero.
La fase 2 consisteva nella compilazione del numero. Altra rotondità. Anzi: circolarità. Quella della digitazione delle cifre. Che stavano scritte, in senso orario, su un quadrante simile appunto a quello di un orologio. L’indice puntava sulla cifra prescelta attraverso il buco di un dischetto ruotante di plastica trasparente, che immediatamente dopo (fase 3) il dito doveva portare fino ad un fine-corsa, che consentiva la selezione. Ma attenzione: per selezionare la cifra successiva, occorreva aspettare che il disco si riposizionasse, “tornando indietro” con un rumoretto meccanico: “trrr”.
Ecco. Per quanta fretta si potesse avere, non c’era modo di sottrarsi all’attesa. Bisognava accettarla. Con filosofia. E l’aspettare con l’indice alzato, in stand-by, che il dischetto tornasse a posto costituiva un “tempo morto”, una pausa, che i telefoni d’oggi tendono ad azzerare, che la nostra attuale concezione del mondo e della vita tende ad azzerare. Senza rendersi conto che eliminare le pause, credendo di guadagnare tempo, significa di fatto perdere quei pochi scampoli d’eternità che ci sono, o che ci erano, concessi.
Sipario.

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