18. Acqua fredda
Senza squadra non c'è vittoria
di Ilaria Ceccarelli   

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Una buona squadra, 5 anni in serie A1, ottimi risultati, e poi... il baratro! Semifinale play out, la paura che avanza, una preparazione densa di imprevisti e infine... la retrocessione. Il vuoto! è facile parlare di vittorie: la gioia, la soddisfazione, tutti pronti a congratularsi, tutti felici, ma lo sport non è solo questo, c’è l’altra parte della medaglia, la sconfitta, il dolore, la sensazione di aver perso un anno, tutti gli allenamenti, la paura di aver deluso le aspettative, la solitudine. Una sensazione indescrivibile. Un turbinio di emozioni alla ricerca di quel qualcosa che non è andato, la ricerca di un colpevole, di un capro espiatorio. Esci dall’acqua e sei arrabbiata col mondo, il tuo mondo: te stessa, arbitro, allenatore, compagne, fino a che non arriva la resa dei conti con la verità e ti chiedi: perché è successo? In ogni sport di gruppo è la squadra ad essere o colpevole o vincitrice, tutti i componenti in egual misura. Assioma di fondamentale importanza, condizione necessaria e sufficiente. Nel nostro caso a fine stagione non c’era più una squadra, non c’era più collante, ma delle individualità che cercavano di unire gli intenti senza convinzione. La differenza si è vista. Tanti anni in piscina mi hanno insegnato che puoi avere fior di campionesse in squadra, ma se non c’è un gruppo unito i risultati saranno sempre al di sotto delle aspettative. Alla fine tutto serve. La retrocessione serve per dare una svolta ad un qualcosa che probabilmente si sarebbe trascinato fino ad un triste e inevitabile epilogo. Trovare e provare a risolvere gli errori insieme è il primo passo per un nuovo inizio, magari con attori diversi, ma con la convinzione di aver ritrovato quella forza che paradossalmente la retrocessione ha riportato in vita.

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