22. Di line e di lane
Il tramonto a casa di Olga
di Pietro Jozzelli   

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SERRAVALLE. Dolce e chiara è la notte nell’orto di Olga davanti alla collina nera. La luna non c’è. Una lampada a terra, sagomata come un grande cuscino dalle linee morbide di un designer, sparge una luce calda e tenue. Da una parte un piccolo ciliegio offre un riparo per discorsi in intimità, dall’altra ciuffi di cedrina e altre erbe aromatiche diffondono un sapore asprigno, quasi eccitante. Nell’orto, a ridosso del muro della chiesa, c’è un tavolo francescano circondato da due panche, qui e là due o tre sdraio rendono comodo l’aperitivo, la cena è furtiva rischiarata com’è da due vecchi lumi da barrocci. L’orto è in attesa: che l’ultima lingua rosa del tramonto scompaia all’orizzonte e che le sciabolate della notte invadano la collina di fronte. Non è una notte senza sfumature: là in basso, sulla sinistra, le lucine votive del cimitero lanciano striature giallastre sugli olivi; a mezza costa, le lampade di rispetto degli ultimi tre o quattro casoni abitati danno l’illusione che qualcuno sia in attesa. Ma quello che domina e attrae è la sensazione che la grande massa nera non sia altro che l’immagine riflessa della condizione in cui ci rivoltiamo. Non è il nero di un peccato originale, né la coscienza della vanità di ogni illusione. Peggio, è la certificazione fisica che siamo un punto nero davanti a infiniti punti neri. Forse ci dicono: non credi che l’unica felicità possibile sia naufragare in questo mare?

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