2. S'Artù
Sabbie di vergogna e un piatto d'onestà
di Silvia Della Monica   

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Terremoto in Abruzzo: i tecnici hanno trovato sabbia di mare, capace di corrodere il ferro rendendo gli edifici insicuri.

All’ospedale San Salvatore - 200 miliardi di lire, 28 anni di lavori - un vigile del fuoco indica un’infilata di pilastri del pronto soccorso, scoppiati come polistirolo, e l’ingegnere che guida i tecnici dell’Enea e della Protezione Civile affranto commenta: “altro che norme antisismiche. Robaccia!”.

Il procuratore dell’Aquila ha aperto un’inchiesta per fare chiarezza per le vittime e i loro parenti, individuare i responsabili, fare giustizia e accertare perché un sisma ‘moderato’ abbia prodotto così tante vittime e danni.Il degrado è terribile e intollerabile; per la mancanza di scrupoli di chi furbescamente persegue solo il profitto, e per chi con superficialità, in collusione e probabile corruzione doveva controllare e autorizzare.

Troppo aspirare ad uno stato di diritto, ad una società dove la democrazia si fondi sul rispetto delle regole? Questa rubrica nasce come piccolo contributo, quello che a ciascuno di noi si chiede, perché non siano sconfitti i tanti che vogliono rimanere nel solco della legalità e dello Stato di diritto. Da qui il nome S’Artù, che richiama un cibo e una storia-leggenda. Alla fine del XIV secolo il riso arrivò a Napoli con gli Aragonesi.

Pur essendo nutriente, poco costoso e in grado di dare senso di sazietà, non fu apprezzato dai napoletani come la pasta. Erano diffuse le malattie infettive e la scuola medica salernitana prescriveva, come rimedio, riso in bianco. Il riso, quindi, fu associato ad un cattivo stato di salute e i napoletani lo bollarono come sciacquapanza. Solo nel ’700, quando arrivarono i Francesi, il riso ebbe la sua rivincita. I nobili napoletani, nel francesizzarsi, si avvalsero di cuochi chiamati Monsù, dal francese Monsieur.I Monsù elaborarono con il riso uno dei piatti più ricchi della tradizione partenopea.

Aggiunsero al riso non solo ’a pummarola, ma lo arricchirono sur-tout, sopra a tutto, con melanzane fritte, polpettine e piselli. Così il sartù, evoluzione napoletana dell’espressione sour tout. Piatto unico dalle tavole dei nobili napoletani, si è imposto sulle tavole di tutti con varianti quali mozzarella, provola affumicata, uova, salsiccia, salame, parmigiano, ingredienti che se avanzati, non devono essere sprecati.Un simbolo anche di eguaglianza, a dimostrazione che la legge - a partire da quella della buona cucina - deve essere uguale per tutti. Per questo sartù sta bene con (re) Artù e con la tavola rotonda, dove, non essendoci capo-tavola, ogni cavaliere, re compreso, aveva il suo posto uguale a tutti gli altri e i cavalieri erano tutti uomini di coraggio, onore, dignità, cortesia e nobiltà: proteggevano le donne, non le rapivano o costringevano a fare qualcosa contro la loro volontà, conducevano solo battaglie giuste e difendevano il bene contro il potere, combattendo la povertà ovunque.

Insomma regole ed eguaglianza. Chiara la metafora?

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