16 Libro
Sogno ironico di un divoratore di crostini
di Martino Ferro   

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“I sogni son desideri”, cantava Biancaneve, parafrasando Sigmund Freud. Con questo semplice concetto (i sogni espressione di desideri irrealizzati) il medico viennese inaugurò un secolo, il XX, dominato dalla scienza e dalla tecnica quanto dalle pulsioni oniriche, a vote folli, dei suoi protagonisti. Più o meno negli stessi anni (1904) il padre fondatore dell’arte del fumetto, l’Omero della bande dessinéè, Winsor McCay, cominciò a disegnare le strisce di Sogni di un divoratore di crostini. Come nella saga successiva di Little Nemo, che gli diede la fama, in ogni tavola McCay rappresenta un sogno. Solo che qui si tratta degli incubi, al tempo stesso comici, poetici e terrificanti, della borghesia americana di inzio secolo. Un ricco industriale si innamora di un manichino. Una giovane signora, per salvare il cagnolino, fa deragliare un treno a testate. Un dandy gigantesco, grande quanto un grattacielo, scorrazza per New York e va a sedersi sul ponte di Brooklyn: è il sogno di un carcerato. Può essere che McCay avesse letto Freud? Impossibile, dato che l’opera del viennese, a quei tempi, era stampata solo in poche copie e in tedesco. Eppure tra i due esiste una qualche relazione segreta: prova ne è che Freud, ne L’interpretazione dei sogni, per spiegare il processo onirico si affida nientemeno che a un fumetto: il Sogno di una governante francese, pubblicato da una rivista comica ungherese di fine ‘800. Sogni di un divoratore di crostini, opera geniale e sorprendente, è stata ristampata da poco dall’editore Lo Vecchio di Genova.
P.S. E se fossero i desideri a derivare dai sogni? È quanto pensava Elio Aristide, filosofo del II secolo, che decise di vivere le sue giornate seguendo alla lettera i sogni della notte precedente. Quando l’utopia smette di essere sogno, e i sogni stessi diventano utopia.

 

 

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