10 Da Sarajevo
Lezione di giornalismo
di Raffaele Palumbo   

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Sarajevo 1993. Il ragazzo non aveva ancora la maggiore età, ma in certe zone del mondo si cresce in fretta. Se poi c’è la guerra, ancora di più. Il bene più prezioso sono le gambe, che servono a correre veloci e a schivare i colpi. I cartelli dicono “Pazi Sniper”, attenti ai cecchini. La Masala Tita - gigantesco vialone realsocialista - è una trappola mortale. Qui c’è la sede di Oslobodjenje (Liberazione), l’unico giornale rimasto aperto. Viene stampato e affisso ai muri da strilloni silenziosi, kamikaze dell’informazione. I giornalisti - capeggiati da un eroe, Zlatko Dizdarevic - non rischiano la vita. Semplicemente muoiono. C’è un cecchino appostato apposta per prendersi cura di quei pazzi che entrano e escono dal giornale. Gli occidentali invece stanno all’Holiday Inn, l’albergone costruito per i giochi olimpici invernali. È qui che vado per incontrare la Grande Firma del Grande Giornale Italiano, che mi avrebbe introdotto nel Fantastico Mondo degli Inviati di Guerra. Un mito. Dall’Italia si leggevano storie incredibili, scovate veramente a rischio della vita. Giornalismo con la lettera maiuscola, quello del grande inviato. Ma c’è da aspettare. Prima di me arriva svelto sulle gambe un ragazzo. Ha sotto braccio Oslobodjenje e non lo molla. Prima la colazione, attesissima. Sì, il grande inviato paga la colazione, robusta, praticamente un sogno nella Sarajevo assediata. Poi il ragazzo sfoglia il giornale e - mentre l’inviato prende appunti - traduce in un discreto italiano le storie e le notizie del giorno. Mette in tasca una decina di dollari e via svelto, fuori, di corsa, a cercare altre storie. Domani sarà di nuovo qui, gli obici continueranno a vomitare dalla collina e il sole tornerà a sorgere pallido, nella Sarajevo assediata.

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