13 Una Stella a Firenze
Un bimbo perduto conta più della ragion di Stato
di Stella Rudolph   

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Anche la mente dello storico, aguzzata dal mestiere di raccogliere e interpretare dati, ha bisogno di un refolo di empatia nel riguardo del soggetto che indaga, onde trarre dall’erudizione i risvolti più profondi e talvolta sconfinanti nella poesia. È quanto si prova nel leggere una toccante lapide sepolcrale posta sulla controfacciata della chiesa fiorentina di San Salvatore al Monte, che documenta non tanto l’ambasciata inviata dalla repubblica lucchese al granduca Ferdinando II de’ Medici nella primavera del 1628 per risolvere una (oggi dimenticata) questione diplomatica, bensì il dolore struggente di un membro della legazione per l’improvvisa morte, il dì 5 aprile, del figlioletto ivi deposto: «CAMILLO MEIO LVCENSI FESTIVISSIMO PUERORUM/CVIVS PRAECLARVM INDOLEM/MORS INVIDIT PHILIPPO PATRI/DUM REIP. LVCENSIS LEGATIONE FVNGERETVR/APUD SER. FERD. II MAGNVM DVC /PARENTES DELICIIS SVIS ORBATI/NON SINE LACRIMIS POSVERE/OBIT NON DUM SEPTENNIS[…]/SED IMORTALITEM EXPECTIT/IN SEPOLCHRO PATRVM HVIVS COENOBI». Codeste accorate parole incise, che trasmettono vivida la nostalgia per il delizioso bambino perduto, si sovrappongono a distanza dei secoli alla ragion di Stato della missione lucchese tramite la commozione suscitata dalla tragica vicenda famigliare di uno dei componenti. Si tratta di un’altra dimensione, emotiva ma pur spesso illuminante, da tenere presente nella disamina dei fatti storici.

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