21 Di line e di lane
Spuntò un vassoio d’arrosto e il nonno ritrovò il sorriso
di francesco   

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La telefonata è secca. “Stanotte...il nonno... Se n’è andato”. Aveva superato da tempo i novanta e da qualche anno lo incontravo di sfuggita, quando andavo a Roma, in ricordo di una vita che non vivo più. Ma la telefonata ha aperto una breccia su un giorno di maggio del 1974 quando il nonno guidò l’organizzazione del pranzo di matrimonio alla Badia di Orvieto. Decise e dispose tutto lui, come si conviene al padre della sposa: piattate di antipasti, tre primi, due secondi, dolci e torta. Il pranzo era magnifico, applausi agli sposi, brindisi, grandi sorrisi. Ma una parte dei convitati sorprendentemente rimaneva muta, in attesa di qualcosa che non arrivava. Erano i parenti pistoiesi. A metà del convivio, si alzarono in gruppo e annunciarono: “Basta con queste pappette fatte di latte, burro e piselli. Non siamo pastori della campagna romana, siamo cacciatori di Toscana”. Il nonno restò impietrito, nella sala scese il gelo. Ma dalla porta delle cucine, preceduto da un filo di fumo profumato, penetrò il cameriere con un gigantesco vassoio di arrosto portato come un trofeo. Respiro di sollievo, tutti a sedere: cominciò il vero, unificante pranzo di matrimonio. Anche il nonno sorrise, toccandosi con la mano la coscia, un gesto ormai abituale dopo la pallottola di moschetto che gliela aveva trapassata in Albania.

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