3 L'incontro
Gli angeli con una sola ala
di Luca Telese   

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Se ci pensi è curioso, il modo in cui in questa splendida città si incastrano, come tessere di un mosaico policromo, o come rappresentazioni di ombre su una quinta teatrale, il passato e il presente della sinistra italiana. Se ci pensi è sorprendente il modo in cui girano vorticosamente i cardini delle sliding doors che decidono - facendo perno su questo baricentro - il passaggio fra equilibri antichi e moderni, fra la piccola e la grande storia. Perché Dio non gioca a dadi, ma il destino sì, e quando sceglie come campo di battaglia questa città, improvvisa grandi rappresentazioni drammaturgiche. Qualcosa ricomincia a Firenze, dunque, dal congresso di Sinistra e libertà, e dal singolare incontro tra Nichi Vendola e Matteo Renzi. Due più diversi di loro sulla carta, non si potrebbero trovare, ma forse proprio per questo i due si parlano e stabiliscono un legame, in questo apocalittico 2010, proprio nella stessa città dove nel 1998 era iniziata la storia dei Ds. Anzi. Esattamente nella stessa città in cui quella storia era finita senza fiammate, con un altro congresso nel 2007. Nove anni, quasi dieci, tra l’uno e l’altro: un frammento di epoca. Era stato ancora fastosamente burocratico il primo congresso, ovvero la celebrazione del dalemismo nella sua fase di massimo fulgore. I giornalisti chiusi nel recinto dal lider maximo, Giampaolo Pansa con il binocolo, una epigrafe di Rilke scelta da Gianni Cuperlo: “Il futuro entra in noi molto prima che accada”. Fu a lungo discussa, quella citazione: finché qualcuno, recuperando il brano integrale, non scoprì che non era un battesimo di speranza, ma un epitaffio declinato sull’ineluttabilità della morte. Le parabole dei grandi comunicatori, producono spesso, esiti paradossali. E in fondo era tutto vero. Non si trattava di una primavera, ma di una parabola discendente, anche dietro la maschera cerea e impassibile di D’Alema. Era stato terribilmente malinconico e sereno, l’ultimo appuntamento dei Ds, dieci anni dopo: un congresso dolente e lieto, senza passioni e senza rabbia. Ho dovuto recuperarlo il ricordo di quel giorno, persino con un piccolo sforzo. A Firenze tutto era iniziato come in un caleidoscopio rovesciato: per una strana collisione fra le vecchie regole e i nuovi riti, tutta la rappresentazione si era aperta con l’acclamazione di Piero Fassino a segretario. Senza nemmeno un voto formale: mi venne in mente che i quarantenni della Quercia erano diventati pop-brezneviani senza rendersene conto. Era un congresso che iniziava dalla fine, dunque, come la pizza di un film proiettata al contrario: il segretario aveva indicato la via maestra del Pd. E a Firenze se n’era andato Fabio Mussi, con un discorso di commiato senza rancore: “Noi ci fermiamo qui. La nostra intenzione è di costituire un movimento politico autonomo, che si propone di aprire un processo politico nuovo, più a sinistra del Partito Democratico. Alleata del Partito Democratico. Si aprono due fasi costituenti. Sarebbe bello un doppio successo. Buona fortuna, compagni”. A Firenze, quel giorno, si era consumata l’unica scissione che la storia della sinistra ricordi, priva di insulti e di cori. Livorno, metonimia della separazione tragica e lacerante che aveva infiammato il secolo, a Firenze – ma un’altra Firenze, quella del 2007 – la città in cui si era chiuso quasi silenziosamente un capitolo di storia: la Sinistra Democratica che esce dal congresso, come si esce da una sala quando cala il sipario, con il soprabito in mano. Mi è tornata in mente, questa immagine di passato prossimo già seppiata e crepuscolare, quando mi sono ritrovato nel catino rovente del Saschall, a seguire per il mio giornale il primo congresso di Sinistra e libertà. Folla ai cancelli che dice: “Fateci entrare”. E poi l’uno-due: apre Vendola, ma il saluto introduttivo lo fa Renzi. Non con un discorso formale, un saluto augurale da padrone di casa, ma celebrato con un racconto a braccio in cui sorprende tutti e si fa ricoprire di applausi. Perché? Semplice. Perché Renzi aveva raccontato che in un momento decisivo nella storia della sua battaglia contro gli apparati, dopo le primarie, la sua coalizione si stava sgretolando, e l’aiuto era arrivato dal leader più lontano da lui: “Ti ricordi Nichi – ha raccontato dal palco – in una bella telefonata mi avevi detto: ‘Non ti preoccupare Matteo, vengo io in città e risolvo’. Ed infatti, come avevi detto, venisti a Firenze e la sinistra sostenne la mia candidatura”. A pensarci bene non potrebbero essere più diversi: Renzi trentenne, cattolico, di origine rutelliana. Vendola cinquantenne, omosessuale, portatore di orecchino, e ultimo erede della cultura ingraiana. Ma nel tempo di oggi, nei giorni della politica destrutturata e e deideologizzata, ci sono due cose, che nella Firenze del Saschall rendevano incredibilmente affini Vendola e Renzi. Entrambi sono rottamatori del vecchio che non finisce, ovvero di quel che resta del gruppo dirigente ex-post-neo-comunista, romanocentrico e usurato da un ventennio di comando senza ricambio. Entrambi vengono da due province che in realtà sono capitali. Entrambi sono stati forgiati nel fuoco incandescente delle primarie, che poi è la declinazione algebrica nella nuova politica nel tempo del consenso. Vendola appassiona dicendo che le famiglie italiane non esistono più e vanno ricostruite. Raccontando in pubblico i frammenti del suo lessico familiare: “Per me la famiglia sono i racconti, a casa, a Terlizzi, davanti al braciere, che poi è il termosifone dei poveri. Noi bambini tiravamo le scorze d’arancio sopra il braciere, e mio padre ci leggeva le lettere dei condannati a morte della Resistenza”. Renzi, invece, cita il sacerdote prediletto di Vendola, l’uomo del cattolicesimo sociale: “Come diceva una persona da cui tu hai imparato nella vita, e che io ho incontrato sui libri, Don Tonino Bello: ‘Siamo angeli con una sola ala possiamo volare solo se stiamo abbracciati”. Angeli e demoni della politica, sul cielo di Firenze, mentre girano i cardini della storia. Sarebbe bello se non fossero le ali di cera di Icaro, a sostenerli in questo folle volo.


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