8 Gesti Teatrali
Il momento più bello era quando si apriva la gabbia
di Alberto Severi   

Share

Ma il momento davvero emozionante dell’intera vicenda non era quando si andava alle Cascine e si sceglieva, fra milioni di gabbiette a forma di gazebo, di pagoda, di castello, di trullo, quella che più mi aggradava (perché era ovvio che si sceglieva la gabbia: gli animaletti neri e lucidi e un po’ ripugnanti che vi erano reclusi sembravano tutti uguali, e facevano tutti il medesimo, lamentoso cri-cri da perseguitati incolpevoli). Non erano nemmeno i due o tre giorni nei quali, nella mini-pagoda appesa in terrazza, il poero grillo grullo, seminascosto da un’immane foglia di lattuga, scambiava i suoi cri-cri sempre più disperati coi compagni di sventura deportati nelle gabbie appese sui terrazzi dintorno, e pareva un coro del Nabucco arrangiato su due sole note. No. Il momento davvero catartico, e dunque teatrale, era quando col babbo si andava nel boschetto d’acacie accanto alla fornace abbandonata, e lì, chinandosi fino al suolo erboso, si apriva la porticina della pagoda-gabbia e si restituiva il malcapitato grillo alla Natura e alla Libertà, giusta i dettami di Jean-Jacques Rousseau. Ecco. Con tutto il rispetto (?) per le tradizioni fiorentine della festa del grillo e del Savonarola bruciato, degli scannamenti fra Bianchi e Neri, dell’esilio di Dante, delle torri e dei cuori blindati, delle logge e dei circoli chiusi, dei poteri forti e poco chiari, delle banche d’affarucci e dei portafogli stitici, dei lavavetri banditi e degli ambulanti accusati di far concorrenza sleale (e d’esser pure negri), già allora sentivo di preferire la Firenze che regalava al mondo il Rinascimento e dava il nome all’America, si gemellava con Kyoto e dialogava col Mediterraneo, aboliva la pena di morte e sparava ai nazisti dai tetti di san Frediano. Insomma, non la Firenze che metteva in gabbia i grilli. Ma quella che li liberava. Sipario.


Share