1 Editoriale
L’alleanza che riscalda l’anima
di Fabio Picchi   

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Vi era una percezione che negli anni si faceva sempre più chiara nel mio desiderio di rincontrarla anno dopo anno.
Agosto stava per finire o il settembre era già iniziato. La sera riapparivano le maglie leggere, fino a pochi giorni prima impensabili nelle caldi notti marine. Ne avevo una celeste con il collo a V che mi mettevo senza sotto nessun’altra maglietta che in quegl’anni erano rigorosamente Lacoste bianche o blu. Nel tempo il loro valore intrinseco aumentava per comprovata usura, sancita da qualche piccola rara rottura. Un quasi mini-pool indossato a pelle e i primi amatissimi jeans di tela bianchi. Scendevo così vestito in paese per condividere il tempo con i pochi che ancora non erano rientrati nelle reciproche vite in città e paesi ben diversi l’uno dall’altro. I romani, i milanesi, i pugliesi, i tedeschi e qualche francese che si portava con se un che di esotico e di proibito. Se ne vedeva di ben pochi all’Elba in quegli anni. Sarei rimasto vestito in quel modo per tutti i giorni a seguire. E poi le mattinate passate senza il rumore della vacanze e la percezione che da lì a poco sarebbe arrivata una maestralata. La temperatura crollava e le foschie mattutine che delineavano l’orizzonte scomparivano per lasciare spazio al cielo più terso che possiate immaginare.
La Capraia appariva e sembrava lì dove poco prima non era. Se non in pochi casi, un tenue profilo. La giovanile e, a ripensarci oggi, tenera vanità mi faceva tirare su le maniche del pullover e nella magrezza irripetibile di quegl’anni guardare con piacere l’incontro della potente abbronzatura dei miei avambracci con quella spudorata lana celeste. Che gioia nell’anima. Sapevo cogliere con qualche segnale di anticipo quel che sarebbe successo. Gli anziani uscivano dalle loro case fermandosi. Qualcuno superava con lo sguardo il pergolino d’uva, altri sulle terrazze per scrutare l’orizzonte. Al fine arrivava Silio, il marinaio più anziano, quello che ti dava il tempo per i sette giorni successivi, quello che avrebbe dichiarato che il Maestrale si poteva trasformare in una Maestralata. Alle volte rientrava scuotendo la testa seguito da tutti gli altri, ognuno nelle proprie case. Altre volte muoveva un passo verso la battigia. Quello era il segnale. Come un sol uomo ci apprestavamo tutti a fare il necessario per mettere al sicuro le barche di tutti.
Io avevo conquistato il privilegio di buttarmi in mare lesto per disormeggiare le più grandi e portarle rapido ai corpi morti, a mezza baia, sul lato destro dove la scogliera della Marinella forniva un parziale ridosso infrangendo lei la potenza delle onde che da li a poco sarebbero arrivate. Poi via via sulle lance più piccole dove, infilati i pesanti remi e liberati i nodi delle cime, posizionavo la prua attendendo l’onda giusta per dar potenza al mio arrivo sulla spiaggia, dove le fortissime mani di tutti agguantavano la barca per farla volare sopra i paranchi, al sicuro. Io, a quel punto, ero già nuovamente in mare nuotando velocemente verso qualche altra barca. L’adrenalina mi faceva da carburante. Nessuno sforzo nel salire sulle fiancate bagnate e nel ripetere l’operazione decine di volte, fino a quando tutte erano in salvo. Onda dopo onda con le ultime sempre più grandi, con la burrasca ormai lanciata fino alle tre del pomeriggio dove il Silio ci aveva preannunciato un suo momentaneo calo, per poi riprendere forza in una notturna Ponentata. Le barche sarebbero rimaste all’asciutto per diversi giorni. Io poi con la santa imprudenza giovanile mi asciugavo al vento e mi rinfilavo il pullover che mi dava sulla pelle salata il senso della sua capacità di riscaldare. Come mi riscaldava l’anima tutta quell’alleanza che determinava, anche nei giorni a seguire, un felice senso di festività. Si entrava e si usciva dal bar del Peria dove tutti ragionavano e raccontavano per l’intera giornata senza nessuna slealtà, senza nessuna avidità, senza nessuna adulta e vanitosa stupidità.
Buona desiderata personale Natalità.

IL MANIFESTO

 

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