7 Lasciate che i bambini
Guardare tutto con gli occhi di Titus
di Tomaso Montanari   

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Gli occhi di Titus: il suo sguardo. Ecco cosa vorrei più di tutto. Il suo babbo si chiamava Rembrandt, ed è stato il più grande cacciatore di sguardi di tutti i tempi. E quando uno sguardo rimaneva intrappolato nella rete dei suoi colori grassi e spessi, si portava dietro anche il carattere, l’anima, la vita. È per questo che quando guardiamo un ritratto come questo sentiamo che davvero la pittura è come l’amicizia, perché «fa gli uomini assenti esser presenti», e i «morti dopo molti secoli esser quasi vivi».

Titus è appoggiato ad un banco di legno (e puoi contarne tutte le venature): è di fronte a un foglio bianco, in una mano tiene la penna, nell’altra l’astuccio e il calamaio. Ma Titus è tutto nel suo sguardo. Uno sguardo che trabocca di stupore, di curiosità, di ingenuità, di voglia di scoprire il mondo. E non solo il mondo di fuori, ma anche quello di dentro: perché quell’aria incantata ci dice che Titus sta frugando dentro la propria anima. È lo sguardo di chi sta imparando a scegliere le parole, una per una, per raccontare a se stesso e agli altri quello stupore. Ecco. Conquistare ogni giorno quello sguardo sul mondo di fuori e sul mondo di dentro. E rimanere incantato a cercare, finché le parole non sono quelle giuste. Ecco cosa vorrei.

Rembrandt, Ritratto di Titus, 1655. Rotterdam,
Museo Boymans – Van Beuningen

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